Danilo Gallo

Danilo Gallo

Somme gravità ritmiche…..


03/01/2017 - di Vittorio Formenti
Intervista a Danilo Gallo Danilo Gallo, bassista e compositore pugliese baricentrato sul jazz ma assai eclettico nei suoi stimoli e riferimenti, così si presenta nella home page del suo sito: Sommo produttore di gravità ritmiche. Una definizione certamente curiosa che sarà chiarita in esordio dell’intervista ma che dà già un idea dell’artista; a cavallo tra il serio e il faceto con però sempre in evidenza sensibilità e profondità. Danilo ha all’attivo più di cento registrazioni tra collaborazioni e registrazioni proprie e si colloca in quel quadro di jazz italiano dipinto da artisti effettivamente “nuovi” o, se vogliamo, estremamente originali quali Beltrami, Bearzatti, Falzone, Corini; musicisti che espandono la portata delle loro proposte a influenze varie, iniziando dal rock (di stampo underground) senza escludere qualche richiamo etnico o di musica contemporanea, con una palette di colori moderna e ad alta capacità narrativa. La conversazione è stata densa di spunti e di riflessioni utili ad una lettura “diversa” del genere ed alla presentazione di un musicista dal curriculum prestigioso degno sicuramente del massimo interesse.
Mescalina : partiamo dal tuo definirti “produttore di gravità ritmiche”. Spiegaci meglio il concetto che, se inteso superficialmente, rischia di essere poco credibile; basta pensare al tuo ultimo lavoro (Thinking beats where mind dies,, 2016) che, con la presenza di Jim Black alla batteria, non lascia spazio a echi gravi….

 
Danilo: il termine “gravità” è da associare alle note del basso che è lo strumento che suono; queste emergono da sotto creando una base che mi piace pensare come un vulcano; l’eruzione può poi essere forte, meno forte o solo ipotetica ma la gravita` è la chiave di tutto. Il ritmo poi è anch’esso legato alla natura del mio ruolo che, spesso e sovente a torto, viene classificato come puro contributo ritmico; ritmo non inteso come tempo o metrica ma piuttosto come movimento e pulsazione che pervade tutta la composizione.

 
Mescalina: allora come dobbiamo leggere altri lavori quali l’altrettanto recente Di Vi Kappa 3 ? Qui il canto e la dimensione acustica prevalgono nei vostri tributi ai brani rock che avete ritenuto di selezionare e di reinterpretare in modo oggettivamente molto personale.

 
Danilo: anzitutto desidero precisare che il canto è presente un po’ ovunque; in Thinking beats per esempio non c’è la voce ma i due strumenti solisti, sax e clarino, la sostituiscono ed hanno esattamente questo ruolo, appunto di “voce” come si dice in gergo. E’ vero che DiViKappa3 è un disco fortemente polarizzato su frequenze medie, anche perché io stesso suono un basso elettrico e uso il plettro generando un timbro quasi chitarristico; tuttavia gravità non va inteso come spettro di frequenze basse ma come una piattaforma che sta sotto e che, generando una forza attrattiva, tiene cementato il tutto. Ovviamente il carattere specifico dipende dal singolo progetto ma io credo che il bassista debba avere proprio questo ruolo di collante e di sostegno a qualcosa che poi nasce e si sviluppa.

 
Mescalina: in effetti il bassista parrebbe avere geneticamente questa attitudine al progetto collettivo, forse perché vive con meno urgenza la spinta alla manifestazione solista?

 
Danilo: certamente il bassista può essere un compositore o un arrangiatore, basti pensare a Mingus. In generale penso che il ruolo operi oggettivamente in condizioni diverse e particolari; la posizione del bassista sul palco, ad esempio, è arretrata e consente un controllo visivo di tutto quello che il gruppo sta  facendo. Se vogliamo fare un paragone con il calcio direi che il bassista è un po’ come il libero o lo stopper; sta dietro e ha consapevolezza di tutto lo sviluppo del gioco. Naturalmente questo non è sempre vero ma credo valga nella maggioranza delle situazioni; se ci pensi bene in generale il basso suona sempre, c’è in tutti i momenti anche se raramente fa break solistici, per cui è abbastanza naturale che abbia una maggior sensibilità all’aspetto collettivo rispetto ad altri ruoli più individuali, più da centravanti, come quelli del sax o della tromba.

 
Mescalina: quello che dici riguarda principalmente il momento della performance. Nel tuo caso essere bassista cosa vuol dire nel momento della composizione?

 
Danilo: qui devo tornare all’idea di gravità. Spesso quando compongo uso la chitarra ma lo faccio toccando principalmente le note basse. Non parto necessariamente da un’idea melodica precisa, ma da un groove o da un riff. Cerco principalmente una condizione di partenza, che possa costituire il punto da cui far nascere qualcosa. Più specificamente parto da un qualcosa che, in linea generale, ha un carattere ritmico su cui poi posizionare note più alte per generare poi slanci melodici. Non sono molto interessato alla dimensione armonica, la maggior parte delle partiture che scrivo non riportano nemmeno le sigle degli accordi. Per esempio in Thinking beats gli spartiti hanno il canovaccio del basso e le linee dei sassofoni ma manca una vera e propria griglia accordale.  E’ ben vero che comunque se analizzi queste linee puoi stabilire degli accordi coerenti ma la situazione è diversa; lo schema armonico diventa flessibile e le direzioni che puoi intraprendere aumentano. L’aspetto fondamentale per me è la creazione sonora, determinare il gioco delle varie voci con il giusto impasto. A mio avviso nel jazz troppo spesso ci si creano problemi con questioni armoniche; in definitiva noi suoniamo note e non scale o accordi, e a questo riguardo mi piace ricordare un seminario che feci con Jim Hall. Lui affermava di suonare una nota cercando poi istintivamente la seguente senza necessariamente tener conto dell’accordo sottostante ma ricercando una coerenza in sequenza. Sono convinto che si possano suonare note “sbagliate” molto belle così come si possa fallire seguendo il rigore musicale teorico.

 
Mescalina: in un approccio che può apparire “labile” la progettualità compositiva in cosa consiste quindi?

 
Danilo: principalmente nel sound che si vuole ottenere dal gruppo. Se scelgo una tromba piuttosto che un trombone o un sax tenore al posto di un contralto ho già un’idea del suono che posso ottenere. Il secondo passo è la scelta dei musicisti; oggi trovi moltissimi strumentisti di alto livello, ce ne sono davvero tanti e con magari un imprinting molto personale. Il problema però è formare un gruppo che, nel suo insieme, produca un sound riconoscibile. Tre quindi sono le valenze di un progetto, almeno per me: la line up, i musicisti e il sound. Per esempio in  Thinkung beats io ho scelto di suonare il basso elettrico per dare una certa spinta propulsiva, ho individuato un batterista (Jim Black – nda) che la spinta la sostiene decisamente e poi ho selezionato due musicisti (Bearzatti e Bigoni – nda) che suonano lo stesso strumento: sax tenore e clarinetto. L’idea era di ottenere suoni contemporanei da strumenti monofonici, cosa che puoi fare solo se hai più strumentisti che eseguono insieme. In generale infatti entrambi usano lo stesso strumento con altezze separate magari di un intervallo vicino, o addirittura di un semitono, al contrario di quanto si usa fare con le voci che normalmente sono separate anche da intervalli piu` lontani, anche di nona o di undicesima. 

 
Mescalina: come mai questa scelta?

 
Danilo: potrebbe essere una deformazione monkiana. Monk suonava i cluster usando note affiancate; la cosa è possibile con un piano, in qualche modo anche con una chitarra ma ovviamente non con una sola ancia; qui occorrono due strumenti uguali che suonino, ad esempio, il primo un Do e il secondo un Do Diesis. Così si ottiene l’effetto del cluster che a me piace molto in certe situazioni.

 
Mescalina: come si coniuga questa scelta con l’autonomia degli strumentisti? Legare i due sax a una distanza di mezzo tono non limita in modo significativo la possibilità di libere improvvisazioni?

 
Danilo: prima ho fatto un esempio estremo o di determinate circostanze tematiche; ovviamente stiamo parlando di musicisti dalle doti molto particolari che sanno seguire alla perfezione il progetto di cui ne capiscono il senso. Non nascondo comunque che talvolta le cose prendono una piega diversa ma il tutto con una sua logica; l’importante è il confronto tra artisti su una idea di base, un’idea guida. La mia musica non è mai free nel senso radicale; questo genere mi piace quando lo devo suonare, per via dell’effetto liberatorio che ha su di me, ma al momento dell’ascolto mi risulta estremamente noioso.

Le mie composizioni hanno sempre una matrice di fondo anche se la struttura di riferimento è generalmente aperta. Non scrivo canzoni con strofe e ritornello, generalmente seguo una linea narrativa, una storia che parte da un punto e arriva a un altro, un inizio verso una fine, non amo molto le ripetizioni. Nello sviluppo delle linee uso a volte ritorni di motivi ma mai con il meccanismo di temi / chorus solisti / temi che caratterizza la struttura del pezzo tradizionale di jazz. Una cosa che non sopporto di certe manifestazioni di questo jazz è l’eccessivo allontanarsi delle improvvisazioni dal tema base, sovente fino al punto di dimenticare completamente il motivo di partenza. Quando Monk suonava Blue Monk o Straight no chaser restava coerente alla melodia, non dimenticava l’idea di base. Pensa anche a Lennie Tristano o a Lee Konitz, anche loro guidati da questo criterio. Konitz oggi ha 90 anni e suona pezzi che eseguiva 70 anni fa più o meno nello stesso modo; questo non è un limite ma la fedeltà all’idea di base. Quello che conta è la melodia!

 

Mescalina: certo che questo approccio non è usuale in un bassista che, generalmente, è visto a sostegno della tessitura armonica.

 
Danilo: sto un po’ estremizzando, ovviamente non ho nulla contro gli accordi e quando lavoro in collaborazione con altri leader incontro approcci di questo tipo che certamente non respingo. L’importante però è che ci sia l’idea del brano.

 
Mescalina: tu hai partecipato a molti lavori come sideman o come collaboratore di artisti che molto probabilmente hanno un approccio diverso. Come ha funzionato?

Danilo:  quando si viene interpellati è perché l’altro sa come la vedi e ritiene che ci sia compatibilità e che la tua personalita` possa dare il giusto apporto. Io non sono assolutamente contrario ai compromessi laddove questi siano una mediazione per un incontro. Tra artisti questo è un fatto fondamentale che arricchisce molto. L’importante è che la scelta parta da una comunanza di fondo. Per esempio con Bearzatti c’è un rapporto simmetrico; io partecipo a un suo quartetto e viceversa. Le idee compositive sono diverse e sovente lui parte da un’impostazione armonica precisa che io seguo tranquillamente; poi l’esperienza comune e il suonare insieme portano a evoluzioni e confronti che rendono possibili altre strade del tutto compatibili con la mia visione musicale. Il tutto funziona sulla base di una chimica specifica basata sulla stima, l’amicizia e l’intelligenza che assicurano la possibilità di interagire; questo ovviamente succede anche quando io sono il leader del progetto e mi devo aprire agli altri.

Da questo punto di vista è stato interessante constatare che nessun musicista è sostituibile; ognuno, più o meno bravo che sia, porta un qualcosa di sé che non è replicabile da altri e quindi la sfida sta proprio nell’equilibrio da trovare nell’intesa sul progetto.

Non più tardi di qualche giorno fa sono stato chiamato per sostituire un bassista da un giorno per l’altro nel combo di Gabriele Boggio Ferraris; in questi casi è complicato non tanto per capire la musica in sé quanto per cogliere l’idea e il sound del gruppo.

 
Mescalina: taluni sostengono che questo approccio collettivo produca eccellenti risultati episodici ma rischi di far perdere la personalità al genere musicale. Una volta i leader forti davano una caratterizzazione immediatamente riconoscibile che oggi in questa logica si potrebbe perdere. Tu come la pensi al riguardo?

 
Danilo: il jazz è una musica in continuo movimento. Pesca nel passato per guardare al futuro, si sporca (in senso positivo) di quello che la circonda e evolve. L’idea della guida solita, della personalità dominante, era molto forte all’epoca del bop e anche dell’hard bop. Se però già pensi a Coltrane vedi un artista che nel suo gruppo non aveva comprimari o accompagnatori ma tre autentici fuoriclasse con cui costituiva un collettivo.  Non condivido quindi l’opinione per cui in passato l’elemento del gruppo non sia stato importante. Forse era vero appunto nel periodo del be-bop ma il contesto era diverso e, soprattutto, c’erano meno influenze di altre musiche che invece sono intervenute col passare del tempo; pensa al rock, al soul, all’etnica, alla contemporanea. Oggi poi i contatti internazionali sono molto più facili; in un gruppo puoi pensare di metterci un batterista iraniano, perche` no, ad esempio,  che certamente darà un contributo diverso e più marcato rispetto ai tempi in cui suonavano musicisti neri che venivano dalla porta accanto.

 
Mescalina: ma non pensi appunto che proprio questi elementi possano diluire il carattere base del jazz?

 
Danilo: assolutamente no. Il jazz è una musica popolare e finché manterrà questa matrice non vedo rischi. Piuttosto una minaccia a questa salvaguardia la vedo dalla scuola; accademizzare o, peggio, cristallizzare il jazz in canoni didattici è un grande pericolo. Io ho molto rispetto per i colleghi che insegnano nei Conservatori con passione e certamente dando un certo contributo; tuttavia se guardi i programmi di quei corsi ti rendi conto che si fermano agli anni ’60, ossia a sessant’anni fa. Ma nel frattempo è accaduto molto! Non è possibile mettere in una teca una musica che è in continuo cambiamento.

 
Mescalina: si potrebbe però sostenere che certe basi sono necessarie per entrare in un certo genere……

 
Danilo: mi rendo conto di essere estremo ma mi serve per chiarire l’idea. Una chitarra, per fare un esempio, è uno strumento come può esserlo un cacciavite. Personalmente non vedo alcun problema che qualcuno la impugni per fare qualcosa senza necessariamente aver alle spalle una formazione standardizzata. Io diffido degli approcci che danno priorità alla tecnica rispetto allo sviluppo della tua espressività; la tecnica deve essere al servizio di quello che vuoi fare, se la metti a priori otterrai dei grandi strumentisti che non dicono nulla. In realtà il meccanismo giusto sarebbe quello di favorire lo sviluppo tecnico funzionale a quello che si intende suonare, in modo mirato e non autoreferenziale. Personalmente conosco molti musicisti che, cresciuti ed educati alla tecnica, ora stanno cercando di recuperare uno spazio per l’espressività che evidentemente era stato chiuso da una distorsione educativa; stanno facendo molta fatica.

 

Mescalina: archiviamo pure l’argomento Conservatori. Non pensi però che altre forme di scuole, come certe struttura civiche, potrebbe essere di ausilio?

 
Danilo: il problema sta negli insegnanti. Pensa all’etimologia del termine, “insegnare” e cioè “segnare dentro”….. Questo è l’errore; non bisogna marchiare a fuoco ma raccontare, spiegare, confrontarsi.  Posso portare la mia esperienza personale al riguardo; da qualche tempo ho ripreso a insegnare e mi trovo in particolare sintonia con ragazzi che già sanno fare qualcosa. In questa situazione posso trasmettere la mia esperienza, spiegare senza imporre la trama legata, chesso`, a un Re minore. La scuola quindi po’ avere una sua utilità ma solo se gli insegnanti apportano una certa veduta; se vengono a dirmi come Miles Davis suonava un brano e come devo fare io per eseguirlo nello stesso modo sbagliano, non ha alcun senso. Certo si può fare mestiere ma essere artista è un’altra cosa.

 
Mescalina: questi cenni portano a pensare all’attitudine di molta musica contemporanea, nella quale gli artisti creano il proprio linguaggio anche al di fuori delle regole statuite. Nel jazz sta accadendo qualcosa di simile?

 
Danilo: pensa a Monk o a Ornette. Nessun insegnante educherebbe a suonare come loro. I grandi che hanno fatto la storia di questa musica sono dei capitoli a se stanti, non vengono da alcuna scuola ufficiale. Di loro si deve amare la visione, cercare di imitarli è impossibile. Se Monk avesse studiato in modo tradizionale probabilmente non sarebbe stato quello che poi è stato. Quanto dici circa i linguaggi è quindi auspicabile non solo nel jazz ma in tutte le musiche; pensando al rock, che amo, ad esempio i Guns’n’Roses, per citare un gruppo, non mi fanno impazzire ma molta di questa musica è interessante per via delle contaminazioni che cerca e accetta, così come per il jazz. Siamo nel 2016 e non più nel 1940; oggi si può ascoltare un pezzo di musica eschimese e ritrovarci qualcosa.

 
Mescalina: molti tuoi colleghi tuttavia sostengono che questa attenzione alla musica etnica fosse una questione di moda o, quanto meno, di semplice colore e decorazione

 
Danilo: in parte è vero. Se vuoi apparire e inserire un sitar nel tuo quartetto di jazz il risultato è sicuramente limitato a questi aspetti. Tuttavia se penso a certi lavori di Charlie Haden o di Gismonti l’incontro era molto più naturale. D’altra parte il jazz non è anch’essa musica etnica? Nata in un luogo definito, da tradizioni popolari precise che poi ha avuto un suo sviluppo ed apprezzamento che, per esempio, la musica indonesiana – per citarne una lontanissima - non ha prodotto, ma sempre di “etnia musicale” si parla almeno per le origini. Anch’io riconosco influenze di questo tipo; per esempio nel disco Extrema Ratio (2016) si ritrovano richiami sia nordici, molto sentiti da Maurizio (Brunod – chitarra , nda), o anche latini come nel brano di Haden.

 
Mescalina: il lavoro in questione è molto interessante e, in particolar modo, il brano di Haden che avete eseguito “asciugandone” molto il carattere latino

 
Danilo: è stato un effetto non voluto a priori. Qui ritorna il tema dell’incontro e della progettualità. Si ha un’idea dalla quale poi si può derivare; ne resta il canovaccio iniziale ma poi la natura dei musicisti ha prevalso. Il brano è stato scelto di comune accordo ma la cosa ha preso una sua piega; analogamente io non sono mai entrato veramente nella musica del Nord Europa però l’ho sempre ammirata ed apprezzata. E mi sono ritrovato a seguirne il filo conduttore. In definitiva la musica è una sola e il segreto sta nel coglierne l’essenza. Se pensi che l’uomo nella sua storia ha inventato strumenti analoghi a decine di migliaia di chilometri di distanza non puoi non pensare che un qualcosa di comune ci sia alla base.

 
Mescalina: altre esperienze, come il bellissimo Felix’ Jump con Walter Beltrami (2015), ti collocano vicino a contaminazioni rock

 
Danilo: certamente il lato rock nei musicisti di Extrema Ratio non è così preponderante. Con Walter apparteniamo a una generazione successiva, più vicina al punk e al grunge. Questo non esclude che io possa essere sensibile anche a influenze precedenti come il progr; ho amato i Genesis anche se non fanno parte della mia vita vissuta. Con Walter e con Stefano (Tamborrino – batteria . Nda) abbiamo condiviso una matrice comune in un esperimento a mio avviso ben riuscito. La musica di Walter è complessa nella scrittura e nella lettura ma ha il vantaggio di risultare molto fluida una volta che la si è capita; anche all’ascolto non è così ostica come si potrebbe pensare leggendo gli spartiti.

 
Mescalina: gli spartiti… a tuo avviso è importante saper leggere e scrivere?

 
Danilo: la partitura è un punto di partenza che fissa le idee di base di cui abbiamo parlato in precedenza. Codificare può aiutarti ma è solo un mezzo; conosco moltissimi musicisti di talento e di grande sensibilità che non leggono. Non è un limite, può essere un grande ausilio soprattutto quando ti chiamano all’ultimo momento e allora devi rapidamente capire cosa devi fare. Se invece hai tempo di spiegare e di mostrare allora la cosa può funzionare e molto bene indipendentemente dalle linee scritte.

 
Mescalina: prediligi la dimensione acustica o elettrica?

 
Danilo: non ho alcuna preferenza. Dipende dalla mia predisposizione ma amo entrambe le dimensioni. Mi piace suonare il contrabbasso e il basso elettrico e ci aggiungo anche gli effetti elettronici che vedo come autentici strumenti aggiunti. Mi diverto a disporre i pedali ogni volta in ordine diverso, giusto per avere imprevedibilità. Inoltre prediligo l’elettronica analogica, suona in modo diverso in funzione di come la usi e dell’ambiente in cui ti trovi, è come se fosse un musicista. Tra i miei progetti ho anche un’iniziativa in solo nella quale mi diverto a spigolare con i pedali; la definisco un “Duo con me stesso”….

 
Mescalina: hai uno schema di formazione che preferisci?

 
Danilo: i gruppi a cui ho dato vita come leader sono caratterizzati dall’assenza di strumenti armonici; non ci sono chitarre o piano. Bada bene che io amo questi strumenti, in un disco addirittura ho fatto ricorso a due piani; tuttavia li preferisco quando lavorano come strumenti monofonici. In generale i gruppi che guido sono dei quartetti; il primo, quello di Thinking beats, ha batteria / basso / sassofono (e clarino) / sassofono (e clarino). L’altro, denominato Gallo & the Roosters,  ha contrabbasso / batteria / trombone / clarinetto basso. In questo ho anche ospitato Gary Lucas, il chitarrista di Captain Beefheart che più che suonare usa la chitarra facendo cose del tutto inusuali. Il disco fatto con lui è intitolato The exploding note theory, un titolo che richiama una tesi di Beefheart. Secondo lui la nota che dovevi suonare era quella che più potesse essere in contrasto con la precedente, come se fosse un fuoco d’artificio.

 
Mescalina: tu però non arrivi agli “eccessi” di Beefheart

 
Danilo: no ma ho fatto tesoro dell’ascolto di quella musica. L’ho studiata anche se non l’ho imparata; in generale a me piace fare così, studiare per capire ma non imparare per ripetere. I dischi di Miles o di Coltrane vanno studiati ma non ha alcun senso tentare di replicarli.

 

Mescalina: abbiamo menzionato jazz e rock. Il mondo della musica contemporanea ti ha influenzato in qualche modo?

 
Danilo: mi piace molto Ligeti ma, in generale, mi sono fermato prima delle scuole contemporanee che sovente trovo forzate, sono arrivato alle avanguardie dell’inizio secolo e all’interno di queste citerei sopratutto Satie. Di lui mi piace la libertà e la semplicità, da questo punto di vista lo si può ritenere un rivoluzionario. Nella sua musica l’interpretazione fa la differenza e in questo senso lo trovo molto moderno.

 
Mescalina: i tuoi prossimi progetti in che direzione vanno?

 
Danilo: soprattutto portare avanti concerti con le mie ultime formazioni, i DiViKappa 3 e il quartetto Dry Dark Tears. Inoltre con Kathya West, la cantante dei DVK, suono uno strumento particolare che è una chitarra accordata un’ottava più in basso, il bass VI; con lei e Riccardo Tosi alla batteria e all’elettronica sviluppiamo un progetto “rock”, denominato The Rape, su brani con testi scritti, autobiografici, da Kathya che sono stati musicati da tutti in stile quasi “garage”, facendo prove in cantina, come si faceva una volta. Si tratta di un progetto “indie” che puoi forse assimilare a gruppi quali i Blonde Redhead, per citarne uno, ma i riferimenti possono essere tanti, e mi piace sostenere che The Rape sia molto “originale”. Tra le altre  iniziative mi piace citare i lavori con Bearzatti e Falzone, Guano Padano... insomma il lavoro non mi manca.

 
Mescalina: quanti concerti fai mediamente all’anno?

 
Danilo: direi un centinaio. Ci troviamo in un periodo particolare. Fino a un po’ di tempo fa predominavano i festival e l’humus dei club era in ribasso. Ora si assiste a una tendenza opposta, ci sono diversi locali che pare intendano riprendere a proporre musica dal basso. Questo è molto importante perché è nei club che ti ritrovi con i musicisti e riesci a realizzare situazioni creative, dal basso.

 
Mescalina: riesci a vivere di musica?

 
Danilo: non è facile. Io quest’anno ho ripreso ad insegnare e suono parecchio, favorito forse dal fatto che sono musicalmente onnivoro e suono diversi strumenti. La mia visione aperta della musica mi permette di partecipare a molti progetti per cui se un gruppo fa anche solo un concerto e io sono in dieci gruppi le opportunità si moltiplicano. Diciamo che sto a galla, me la cavo ma si fa certamente fatica.

 
Mescalina: la vendita dei dischi e la critica non ti aiutano?

 
Danilo: i dischi si vendono solo ai concerti, per il resto c’è poco. Sulla critica poi ancor meno; ad esempio, io ho vinto il concorso Top Jazz 2010 come miglior bassista, gestito dalla rivista Musica Jazz e anche il riconoscimento come miglior bassista italiano in Jazzit, piu` volte. Per diversi anni ho avuto riconoscimenti di questo tipo che però non hanno comportato nulla, anzi…. Ti racconto un episodio a questo riguardo. L’anno successivo agli assegnamenti del Top Jazz si teneva un festival in cui venivano invitati tutti i premiati delle varie categorie: basso, batteria, tromba…..  Nell’occasione del mio premio il festival si teneva a Reggio Calabria sotto la direzione artistica di Paolo Damiani che, per la categoria basso, invita il gruppo  di un mio stimatissimo collega che però quell’anno era arrivato secondo ma …. che aveva il pregio di fare parte delle simpatie del direttore artistico. Questo per dirti che le ricadute di certe situazioni sono quelle che sono; certo, avere un premio o un riconoscimento fa piacere ma in termini di sviluppo della tua attività ha poca incidenza. Anche le recensioni ormai hanno poco effetto. Io ad oggi ho preso parte, più o meno, a 120 registrazioni. Immagina una media, stimata per difetto, di tre articoli per lavoro; parliamo di un totale di quasi 400 pubblicazioni. Ebbene, io non ricordo una stroncatura o una presa di posizione particolare; sembrano quasi tutte dei copia e incolla all’insegna del dover parlarne bene, tanto che oggi presentare una recensione a un locale per promuoverti da noi non ha alcun effetto. E poi non parliamo dei giochetti politici e delle amicizie parallele….

 
Mescalina: certo…vediamo di concludere in bellezza. Quali sono i tuoi cinque dischi che porteresti nell’isola deserta?

 
Danilo: mamma mia!! Direi che porterei cinque lavori miei, non certo per presunzione, ma per restare con me stesso. Mi terrei i lavori con

 

. Dry Dark Tears

. The Rape

. Gallo & the Roosters

. Francesco Bearzatti

. Midnight Lilacs

 

Se invece dovessi pensare a lavori di altri direi:

 

. Captain Beefheart : Trout Mask Replica

. Ornette Coleman : The Shape of Jazz to Come

. Una raccolta di Satie, magari eseguita da Ciccolini

. Thelonious Monk : Solo Monk

. Charles Mingus : Pithecantropus Erectus

 
E così si conclude una conversazione per certi versi fuori dai soliti ranghi e che, proprio per questo, speriamo induca i lettori ad accostarsi all’arte di Danilo che, una tra le non moltissime, rappresenta degnamente il divenire del nuovo secolo. Cercatevi Thinking Beats Where Mind Dies e non ve ne pentirete!