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Rosario Esposito La Rossa

Rosario Esposito La Rossa

Intervista


26/03/2017 - di Alessandro Leone
“Impegnarsi per gli altri realizza se stessi”, sono le parole di Mattarella alla cerimonia di consegna delle medaglie al merito per i nuovi Cavalieri della Repubblica. Tra questi c’era anche Rosario Esposito La Rossa. Avevo 16 o 17 anni quando lo conobbi. All’epoca il mio liceo era un rigoglioso spazio per eventi di ogni genere, quindi non potevamo di certo non considerarci abituati all’idea di sentir parlare qualcuno. L’incontro con Rosario però fu diverso. Sarà stata la vicinanza anagrafica (era poco più che ventenne), sarà stata la sua storia così coinvolgente, emblematica di un intero quartiere ma alla fine uscimmo dall’aula magna con in mano il suo libro, “Mostri”, e questo in precedenza non era mai successo. Rosario aveva perso da qualche anno suo cugino Antonio Landieri, un ragazzo disabile che non fece in tempo a scappare e fu ucciso per sbaglio dalla camorra. Ci vollero anni per ristabilire la verità e condannare i colpevoli ed è da quella lotta che il lavoro di Rosario si fece strada perseguendo l’obiettivo di costruire una Scampia migliore, alla portata dei più giovani, restituendo loro un’infanzia che potesse considerarsi tale nella speranza di un futuro migliore. E di passi in avanti ce ne sono stati, così tanti che le sue attività sono arrivate al punto da investire potenzialmente l’intera gamma di attività di cui un bambino, ma non solo, ha bisogno. Innanzitutto le sue due case editrici, la “Marotta e Cafiero” e la “Coppola editore” che continuano a sfornare libri facendo attenzione all’ambiente e offrono corsi sull’editoria; poi il teatro, la principale forma di evasione a cui prendono parte molti ragazzi; la scuola calcio dove lo Scampia è riuscito a realizzare il sogno di battere il Napoli e l’opera di bonifica di spazi inutilizzati e finalmente concepiti per dare sfogo alla cultura di una comunità. Su questo punto Rosario insiste molto. Spazio inteso come veicolo di trasmissione di una cultura già preesistente e che ha solo bisogno di ritornare in auge con i dovuti mezzi. Da tutto questo deriva l’interesse delle istituzioni. Gli incontri con Schultz, Boldrini e poi il premio di Mattarella elevano la Scampia di Rosario a microcosmo esemplare che coinvolge non solo il quartiere ma anche Napoli, dipingendo una realtà che va oltre la Gomorra di turno e testimonia che nulla è lasciato a se stesso e che nessuno guarda con indifferenza a ciò che lo circonda.

Ti conobbi anni fa, a Vasto, nel mio liceo, in occasione della presentazione di “Mostri”. Restai stupito dalla tua rabbia e dedizione allo stesso tempo. Quattro anni dopo ripresi in mano quel libro. Inizia con la famosa citazione di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri” e in tutti quei racconti sui diritti umani ho notato lo stesso risentimento e la voglia di combattere. Oggi mi sembra che tu sia cambiato: nel tuo sguardo vedo la soddisfazione di chi qualcosa ha raggiunto e con successo. Arrivato a questo punto, dovendo fare i conti, cosa hai ottenuto?

Abbiamo, e dico abbiamo perché mi riferisco al gruppo che ha collaborato con me, ottenuto tantissimo. Sono passati più di dieci anni dalla fondazione della nostra associazione e quattordici dalla morte di Antonio, vittima innocente di camorra a tutti gli effetti e riconosciuta come tale dallo Stato. Abbiamo due case editrici, una compagnia teatrale, uno spazio di proprietà, abbiamo organizzato iniziative in tutta Italia e da poco sono diventato cavaliere della Repubblica, un bellissimo riconoscimento per quello che abbiamo fatto.


Il tuo lavoro è stato ostacolato in qualche modo?

No, sicuramente no. Noi collaboriamo con i figli dei criminali e spesso ci ringraziano per ciò che facciamo anche perché la situazione è molto diversa da come viene raccontata dai media. Noi abbiamo a che fare con i piccoli folletti della droga, non con i mega criminali e di conseguenza il nostro modo di agire è spesso visto di buon occhio. La nostra non è una guerra contro, è un tentativo di creare qualcosa di diverso con i loro figli e questo ci ha aiutato tantissimo.


Si può dire che le difficoltà e la nomea di un quartiere come Scampia abbiano in qualche modo enfatizzato il tuo senso di appartenenza convincendoti a restare?

Sì sicuramente, la morte di mio cugino è stata qualcosa di importante da questo punto di vista. Il senso di appartenenza ce l’abbiamo perché in questo quartiere ci siamo nati e lo sentiamo molto di più rispetto ai nostri genitori.


A chi invece sceglie di andare via rassegnato, stando a vedere la tua esperienza, cosa diresti?

Noi combattiamo affinché le persone non vadano via ma non ne facciamo una colpa. Li capisco, la nostra è stata una scelta per provare a lasciare ai nostri figli un mondo diverso da come lo abbiamo trovato. Il nostro obiettivo è questo e mi preoccupo poco di quello che fanno gli altri.


Cosa rispondi a coloro che biasimano Saviano per l’immagine che dà di Scampia? Molti hanno paura che quest’interpretazione peggiori in realtà anche l’immagine dell’Italia nel complesso e che contribuisca a esasperare lo stereotipo mafioso.

Saviano secondo me è da tutelare per ciò che ha fatto. Come in tutte le cose però, Saviano non è la bibbia e non tutto ciò che dice va preso alla lettera. Sicuramente ha il compito di raccontarci anche ciò che non va ma noi dobbiamo impegnarci nel raccontare le cose positive e farle arrivare il più lontano possibile. Spesso non siamo bravi come Saviano ma non lo combattiamo. Sappiamo che i problemi ci sono e vanno comunque risolti.


Dunque possiamo identificare il problema anche dal punto di vista mediatico. Forse i mezzi d’informazione dovrebbero soffermarsi più su ciò che di bello è stato fatto nel vostro caso.

Hai risposto da solo. È così. Non c’è dubbio che la cattiva notizia passi più facilmente ma, ti dico la verità, siamo più impegnati nel nostro lavoro e ci preoccupiamo poco di questo.


Hai spesso citato De Magistris per le sue politiche. In cosa Scampia è migliorata grazie a lui?

Sicuramente c’è un senso di vicinanza fortissimo, prima non c’era. Mi riferisco anche a ciò che stanno facendo: i soldi per l’abbattimento delle vele, lo stadio che sarà intitolato ad Antonio. Sta portando avanti grandi cose con poche risorse, meglio delle altre amministrazioni.


Rinnovandoti i complimenti per il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, vorrei chiederti una descrizione delle tue impressioni in merito e da questo partire per sapere cosa hai tratto dagli incontri con la Boldrini, Schultz e gli altri. Per inciso: quanto le istituzioni stanno avendo peso? Qualcosa sta cambiando o è già cambiato?

Innanzitutto questi per noi sono grandi megafoni e ci danno l’opportunità di farci conoscere in luoghi dove sarebbe impossibile arrivare con le nostre forze. Il riconoscimento di cavaliere è un premio collettivo ed è straordinario perché mette in risalto tutto il nostro lavoro. È un premio al merito e per questo è ancora più rilevante perché sappiamo di aver fatto qualcosa. A tutti abbiamo chiesto di venire a Scampia, di provare a mettere in risalto il positivo. L’abbiamo già fatto con la Boldrini, poi con Schultz, Matterella e i parlamentari europei, la gestione periferie del parlamento italiano, quindi abbiamo rapporti istituzionali per la maggior parte voluti da loro. Noi non abbiamo mai chiesto finanziamenti, il nostro è un provare ad agire collettivamente. È chiaro che non penso che un quartiere possa cambiare così in fretta ma ora c’è attenzione mediatica anche grazie alla visita della Boldrini al comitato vele. Sono tutti movimenti che creano una reazione a catena.


Ora invece vorrei chiederti cos’è migliorato grazie al tuo lavoro. I tassi di alfabetizzazione sono aumentati ho letto. Ma, concretamente, quanto ne risente una comunità quando c’è la cultura di mezzo? Viviamo spesso in un mondo disumanizzato ma forse ci dimentichiamo che dall’educazione parte tutto.


È importantissimo. Anche se, francamente, non abbiamo bisogno di cultura. Di cultura qui ce n’è tanta. Ciò di cui abbiamo bisogno sono spazi. Ce ne sono molti abbandonati in un quartiere costruito senza concepire spazi culturali e la nostra direzione è questa, senza troppa retorica. Dobbiamo costantemente animare gli spazi attraverso eventi ma dobbiamo riuscire anche a trovare sbocchi lavorativi che è il grande problema delle periferie.


Come pensi sarà Scampia quando tua figlia sarà grande?

Sarà un posto migliore rispetto a come l’ho trovato io quando sono nato. Oggi ci sono centri per bambini, c’è una comunità che prima non c’era, ora sì.


Se c’è una cosa che apprezzo di te è l’estrema duttilità. Hai saputo amalgamare le tue passioni fino a investire tutti i rami della cultura e dell’intrattenimento più in generale. Hai due case editrici, organizzi eventi teatrali, sei allenatore di calcio, produci i tuoi libri facendo attenzione all’ambiente e, adesso, con lo stadio in erba sintetica in arrivo, ti dedichi in un certo senso anche all’urbanistica. Immagino bambini portati via alla camorra gioire per la vittoria dello Scampia contro il Napoli che, tornando a casa, leggono uno dei tuoi libri prodotto con materiale riciclato e magari da grandi diventano editori grazie ai tuoi corsi. C’è un lavoro che preferisci agli altri?

Sicuramente fare l’allenatore è il mestiere più bello del mondo perché hai a che fare con i bambini. Ma noi siamo molto creativi da questo punto di vista. Abbiamo lavorato su più campi e siamo riusciti in molte delle cose che abbiamo fatto. Tre anni fa sembrava impossibile che lo stadio di Scampia venisse dedicato a una vittima innocente e che fosse riqualificato totalmente grazie a un finanziamento e ai soldi privati. Tra pochi giorni inizieranno i lavori. Quindi è importante cambiare il mondo prima in noi stessi e poi, quando ci svegliamo, farlo realmente.


Quali progetti hai a breve termine?

L’inaugurazione di questo spazio che abbiamo acquistato, la “Scugnizzeria”, che vuol dire non dover più elemosinare spazi. Oggi possiamo fare i nostri corsi, ospitare i ragazzi, è una rivoluzione vera e propria. Mancano solo 4.000 euro per inaugurarla e speriamo di trovarli il prima possibile. Il nostro sogno è aprirlo in primavera per lavorare con uno spazio aperto.


In quanti hanno partecipato alle tue attività?

In teatro hanno partecipato quasi 15 ragazzi, in casa editrice siamo in 7 e abbiamo fatto spettacoli con numerosi ragazzi. Quindi la “manovalanza” non manca. Siamo riusciti in una cosa molto importante: abbiamo invertito i flussi. Prima, in questo quartiere, si usciva solo per fare determinate cose, ora viene gente proveniente da varie parti d’Italia a imparare come si fa un libro. Questo è incredibile perché vuol dire che qualcosa è cambiato.