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Mario Bonanno

Io se fossi Dio - L'apocalisse secondo Gaber

Mario Bonanno


Stampa Alternativa

di Arianna Marsico
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Io se fossi Dio, brano quasi desaparecido di Giorgio Gaber, è un fiume in piena che supera ogni argine  e sommerge ogni aspetto della politica e della cultura dell’epoca. Su un’ossatura sonora  a tratti cupa si staglia un monologo che non guarda in faccia nessuno, nemmeno Aldo Moro freddato dalle BR (per quanto Gaber non manchi di manifestare lo sgomento dinanzi  all’omicidio “Io come uomo posso dire solo ciò che sento cioè solo l'immagine del grande smarrimento”).

Se Giorgio Gaber ha vivisezionato la realtà dell’epoca (siamo agli inizi degli anni 80), Mario Bonanno nel suo libro Io se fossi Dio  ha vivisezionato questo suo grido disperato, con un’attenta analisi strofa per strofa. Il tutto è accompagnato anche da interviste inedite  a Sergio Farina (che in Io se fossi Dio si occupò degli arrangiamenti) e Sandro Luporini (che scrisse il brano con Gaber), oltre ad altre già edite allo stesso Giorgio.

L’esame però non è freddo e distaccato. Bonanno nello scrivere quasi si fa Gaber. Lo sdegno per il pantano in cui  versa la società civile è vibrante e permette di cogliere appieno le analogie tra la situazione di allora e quella di adesso. Lo smarrimento del cantante è anche quello dello scrittore. E si trasferisce al lettore, sferzato ad interpretare la realtà oltre gli schemi precostituiti (d’altro canto Giorgio cantava  “Ma cos'è la destra cos'è la sinistra”). E anche a vedere Gaber oltre l’immagine perbene dei duetti con Mina che la tv ci ripropone. A vederne  potenza e limiti. E  a coglierne Yin e Yang, tesi ed antitesi.

 

E solo con la sintesi forse si può superare l’Apocalisse, forse persino quella secondo Gaber.