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Leo Perutz

La neve di San Pietro

Leo Perutz


Adelphi, 2017

di Corrado Ori Tanzi
Cosa ha combinato e dove è stato Friedrich Amberg, professione dottore, tra il 25 gennaio e il 2 marzo 1932? Ora che ha riaperto gli occhi ed è di nuovo dotato di una virgola di coscienza, si rende conto di essere in un letto d’ospedale, ma non gli torna quello che dicono di lui.

Si dice che sia stato investito da un’auto vicino alla stazione di un paesino, mentre stava andando a lavorare quale medico condotto a Morwede in Westfalia e per questo ricoverato in gravi condizioni. Piano piano che la memoria torna torna a galla Amberg ricorda bene di esserci arrivato a Morwede. Anzi, proprio là ha ritrovato la donna a cui non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi e soprattutto conosciuto un barone, un fanatico assoluto di nome von Malchin, un ultrareazionario che aveva in animo di stravolgere il mondo con un progetto chiamato “Neve di San Pietro” e cioè restituire al mondo la sua fede e il suo imperatore. Di più, ricorda di essere stato perfino travolto e ferito gravemente durante un tumulto della folla.

Scritto nel momento dell’affermazione del nazionalsocialismo, La Neve di San Pietro, ora riproposto da Adelphi dopo essere stato per anni nel catalogo di Fazi, è la testimonianza ulteriore del talento di uno scrittore come Leo Perutz, ebreo naturalizzato austriaco, a cui solo un destino poco riguardoso ha finora impedito una più ampia consacrazione tra la letteratura del Novecento. Romanzo anticipatore del sonno del mondo, con fanatismo e delirio di massa a far da muscoli al cuore pulsante di un’idea totalizzante, diretta a investire l’esistenza di un intero popolo e produrre effetti devastanti sull’intero globo.

Perutz, amalgamando la materia della realtà sensibile con quella onirica, usa come motore per dar forma alla sua metafora un fungo parassita che attacca i cereali (la neve di San Pietro, appunto) che, manifestandosi come una pellicola bianca, è in grado di provocare visioni mistiche e voli ascetici. Se il bolscevismo ormai è cosa fatta, bisogna tornare al I Reich per ridare ordine al mondo.

Tra atmosfere noir e caratterizzazioni fantastiche, ne La Neve di San Pietro (il libro, non il parassita), emerge la folle figura del barone von Malchin che, in virtù dei suoi particolari studi, è convinto non solo che il morbo non sia stato debellato, ma che nelle terre in cui è ricomparso le genti abbiano addirittura nuova forza e vigore, segno che Dio si è manifestato con la sua volontà. L’affabulazione con cui porta avanti il suo disegno vale di per sé un autonomo racconto nelle vene del romanzo.

Metafisico, bizzarro, più volte divertente, angoscioso, ironico, visionario, il romanzo non sgattaiola neanche per un rigo dall’attento controllo del suo autore. L’affascinante pazzia da una parte (il barone) e la consapevolezza della modestia della condizione umana (il dottor Amberg) dall’altra si scontrano inevitabilmente. Sappiamo come sono andate le cose. Quelle sì che sono sfuggite. Ma attenti a posare lo sguardo solo su ciò che è o è fatto passare per reale. Perché, come si legge, “ciò che possediamo in sogno non ci può essere tolto da nessun mondo di nemici”.

Leo Perutz, La Neve di San Pietro, Adelphi, 183 pagg., 18 euro

Corrado Ori Tanzi https://8thofmay.wordpress.com