Secondo libro della 'collezione Thompson' ad opera della Fanucci Editore, L'Assassino Che E' In Me è, in realtà, il primo vero romanzo dell'autore, uscito dopo altri due libri volutamente commerciali.
Per coglierne appieno il valore, è utile collocare temporalmente il romanzo: 1952.
La prima cosa che rende la storia innovativa per quegli anni, infatti, è la seguente: il criminale in questione, che nel libro assume il ruolo di io narrante, è il vicesceriffo di una cittadina texana. Se oggigiorno la coincidenza tra tutori dell'ordine e criminali è diventata quasi uno stereotipo (letterario e cinematografico), in quegli anni una simile operazione, per di più ambientata all'interno di uno scenario di stampo razzista, era tale da far storcere il naso a più di una persona.
Il secondo aspetto interessante, a mio modesto parere, è l'approfondimento quasi clinico della psicosi del protagonista. Altra cosa scontata oggi (Hannibal Lecter, altra coicidenza tra bene e male, su tutti, se non altro a livello di popolarità del personaggio) ma forse meno scontata allora, quando era più comune parlare di mafia, servizi segreti, guerra o (inizio di) guerra fredda. Intendiamoci: non si tratta di far passare Thompson per un profondo innovatore. Semmai, semplicemente per uno scrittore - restando in metafora USA-URSS - 'non allineato'.
Un terzo, ultimo dettaglio da non trascurare, scoperto solo alla fine leggendo alcuni commenti critici posti a chiusura del libro, è il fatto che Thompson...è figlio di uno sceriffo. E qui si aprono interessanti parallelismi tra finzione e realtà che ciascuno di noi potrà divertirsi a tracciare.
Tornando al tema dell'anno di publicazione, L'Assassino Che E' In Me è uno scritto che non ha bisogno di parolacce per sottolineare concetti, né di descrizioni esplicite per narrare particolari erotici, né tantomeno di descrizioni dettagliate per meglio illustrare aspetti psicanalitici. E' semplice, crudo e non-mediato quanto può, e deve, esserlo la narrazione di un io in disgregazione:
"Cercai di spingerla via. Dovevo uscire di lì. Sapevo cosa sarebbe successo se non fossi uscito, e sapevo di non potermi permettere che accadesse. Avrei potuto ucciderla. Avrei potuto far tornare la malattia. E anche se non l'avessi fatto e non fosse successo, per me sarebbe finita. Lei avrebbe parlato. Avrebbe strillato fino a sgolarsi. E la gente avrebbe cominciato a pensare, a pensare e a chiedersi di quella volta...".