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Jama

Artristi - Un viaggio nella buona musica di insuccesso

Jama




di Arianna Marsico
Gianmario Ferrario, in arte Jama, dopo anni da musicista e tante soddisfazioni, soprattutto con i Jama Trio, con il libro Artristi - Un viaggio nella buona musica di insuccesso” mette nero su bianco la sua esperienza. E’ un racconto estremamente sincero, che dovrebbero leggere aspiranti musicisti, ascoltatori ed addetti ai lavori.

Semplicemente perché fa capire, senza possibilità di equivoci, che, se si vuole che la musica da hobby diventi lavoro, all’inizio bisogna darsi molto da fare da soli. Quando i soldi sono pochi, molte cose vanno curate da sé, con pazienza ed umiltà. Cercarsi i locali in cui suonare con onesta consapevolezza dei propri limiti (inutile puntare all’Alcatraz di Milano da sconosciuti). Fare un uso intelligente delle opportunità offerte dalle moderne tecnologie (come il crowdfunding), inclusi i social (senza farsene fagocitare) ed evitando come la peste i talent.

“Quando le cose cominciano a girare bene, non fatevi fregare  da quel piccolo successo che avete ottenuto. (…) E continuare a produrre delle belle canzoni è la base di tutto il resto”. Bella dedica a chi cura più la pagina Instagram della qualità dei propri brani.

Il racconto è a tratti meno organico, soprattutto nel capitolo sui social, molto filosofico ed intriso di Bauman. Diventa invece più pragmatico quando affronta aspetti quali la formazione di una band e la scelta di un ufficio stampa.

Non da poco è il fatto che Jama offra un’opportunità di riflettere, parlando anche della propria esperienza in Texas con i Jama Trio,  sulla diversa concezione del musicista (e forse a mio avviso più in generale delle professioni artistiche) in Italia e negli USA. Non è raro sentirsi chiedere dalle nostre parti “Ok, quindi cosa fa di lavoro vero?”, mentre Jama dimostra che anche senza diventare famosi come Bruce Springsteen sia possibile vivere suonando.  Da questo modus cogendi deriva un’attitudine meno professionale da parte di alcuni musicisti. Ma questa tendenza è anche alimentata dalla scarsa curiosità degli ascoltatori. Se è vero che le modalità di fruizione attuali della musica sono più dispersive,  per certi aspetti, è vero anche che offrono un ventaglio di possibilità di conoscenza pressoché infinito. Che quindi non giustifica l’appiattimento sulle cover band quando si decide di andare in un locale a sentire qualcosa (non voglio demonizzare le cover band, spesso composte da ottimi musicisti, dico solo di ascoltare anche altro quando si cerca musica dal vivo) e la poca apertura al nuovo.

Proprio per scalfire questa corazza libri come Artristi , assieme al  paziente lavoro di tanti musicisti, può essere fondamentale. Per non fermarsi ai mostri sacri del passato o al mainstream, non limitarsi ad annusare i bouquet sgargianti  e già pronti  ma apprezzare anche i fiori di campo e delle sparute ginestre.