Ian Chambers - Mediterraneo blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi

Ian Chambers

Mediterraneo blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi

di Eliana Barlocco

Mediterraneo, crogiuolo di culture così differenti e al contempo così intersecate fra loro che ritrovare il filo della matassa a volte diviene quasi impossibile. (Ammesso che cercare la genesi di ogni espressione artistica sia di giovamento alla comprensione dell’arte stessa….)

Iain Chambers traccia (nel suo breve, ma corposo scritto Mediterraneo blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi) delle cartografie sonore, ossia mappe musicali per ascoltare un Mediterraneo non più racchiuso all’interno di frontiere nazionali e linguistiche. I suoni viaggiano infischiandosene dei confini e tanti sono gli esempi di commistione: dal rebetiko frutto di un mix turco e anatolico innestato su canzoni locali del territorio Grecia, agli strumenti tradizionali che divengono elettrificati, al raï - musica ribelle nella Francia delle banlieues poi ulteriormente deterritorializzata che sfocia nel rap, alla musica rock del deserto del Sahara che non è segno della globalizzazione, ma il frutto della diffusione di una sonorità diversa.

Il mare è anche luogo di migrazione, “è un passaggio e un ponte” e come tale possiede differenti suoni e nuove geografie che superano i confini linguistici, culturali delle nazioni.

La malinconia che affligge il nostro quotidiano scaturisce dalla consapevolezza di dover rinunciare a qualcosa per far posto al nuovo che avanza: “Il mare finisce col diventare uno specchio che riflette noi stessi, mentre sfida i nostri limiti con il suo orizzonte aperto e col buio delle sue profondità”.

Ed ecco che questo stato d’animo triste, disperato, dolente, questo Mediterraneo blues dà voce a storie nascoste rendendole così sonore e percepibili. 

Non è un libro di facile lettura questo.  Occorre pazienza e tempo per fagocitare la ‘liquidità’ dei pensieri qui espressi; ma una lettura meditativa alla fine ci apre un nuovo orizzonte, ci porta a una nuova concezione d’identità, di appartenenza, di radici. Ci spiazza, ma al contempo ci suggerisce che non è importante “<> una casa nel mondo, quanto piuttosto creare un mondo in cui sentirsi a casa”.


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