Grazia Deledda - Elias portolu

Grazia Deledda

Elias portolu

di Simona

La Sardegna di inizio Novecento come ce la immaginiamo. L’isola dei pastori, dei grandi spazi silenziosi, dei balli di paese, degli uomini dalla scorza dura e, in questo senso, l’atmosfera “verista” impressa al romanzo rende in modo particolarmente appropriato immagini di natura e libertà.
Naturalmente, la storia è quella di Elias Portolu, e il libro si apre con il suo ritorno a casa dopo aver scontato una condanna in un carcere del continente. Elias viene accolto con gioia e con una grande festa, e si ripetono gli auguri degli amici e conoscenti “tra cent’anni un’altra!” (disgrazia come questa). Ma Elias è un ragazzo dal carattere debole, che si è lasciato trascinare da brutte compagnie e, sebbene il carcere l’abbia profondamente segnato, forse non l’ha fatto maturare. Anzi, con il passare dei giorni il suo disagio interiore e la debolezza fisica rendono ancora più evidente la sua diversità rispetto ai fratelli, al padre e agli uomini duri e decisi di quelle terre. Oltre a questo, appena tornato Elias conosce Maddalena, la sua futura cognata, e ne rimane folgorato. Elias si innamora fatidicamente di Maddalena, e lei lo ricambia, ma la loro sarà una storia tragica. Elias è assalito dal senso di colpa verso il fratello, a cui non vuole fare del male: non vuole impedire questo matrimonio sbagliato, ma non sa neppure staccarsi da Maddalena. La donna diventa un’ossessione, spingendolo quasi al delirio. Il matrimonio ha luogo, ma in poco tempo subisce un deterioramento. Pietro sente che Maddalena non lo ama e diventa violento, ed è allora che Elias e Maddalena cederanno alla tentazione. Ma la consumazione del peccato aggrava ulteriormente il senso di colpa di Elias che, come ultima difesa contro la tentazione, decide di farsi prete. Cerca di purificare la propria anima, ma non si rende conto che non può sfuggire al male, perché questo male è dentro di lui: è la sua insoddisfazione, il suo carattere irresoluto. Maddalena aspetta suo figlio da Elias, che tutti credono figlio di suo fratello, e lui è roso dalla gelosia. Poi il fratello muore, ma nonostante le preghiere di Maddalena, neanche questo serve a far desistere Elias, oramai annebbiato dai tormenti e dai rovelli interiori, dal proposito di farsi prete. La situazione peggiora ancora quando si affaccia un nuovo pretendente per Maddalena. Poi il bambino si ammala, e solo alla fine Elias pare allacciare di nuovo i fili della propria anima.
“Figlio mio, piccolo figlio mio” gemette fra sé “tu muori ed io non ti ho amato, ed io, invece di amarti, di curarti, di strapparti alla morte, mi sono perduto in un vano rancore, in una vana gelosia…Ed ora tutto finisce, e non c’è più tempo, non c’è più tempo a nulla…”
Elias è un uomo indeciso e debole, travolto dalle passioni, dal senso di colpa, dalla gelosia cieca fino alla conclusione fatale, ma è un personaggio che tocca il cuore. L’autrice ne delinea i tratti con precisione e delicatezza, alternando la descrizione degli stati d’animo con quelle di un ambiente che sembra cambiare di tono e di luce assecondando quasi gli umori del protagonista il quale, noi capiamo, è sempre mosso dalla volontà di agire per il meglio solo che, semplicemente, è troppo debole per reagire a sé stesso.
S’avanzava l’autunno, portando una dolce melanconia nella tanca. Nei giorni vaporosi il paesaggio pareva più vasto, con misteriosi confini oltre il velato limite dell’orizzonte; e una solitudine più intensa gravava sulle tanche; gli alberi, le pietre, i cespugli assumevano qualche cosa di grave come se anch’essi sentissero la tristezza autunnale. Grandi corvi lenti e melanconici sorvolavano il cielo pallido; l’erba di autunno rinasceva sulle stoppie annerite dalle abbondanti piogge cadute ultimamente.(…) La greggia pascolava in lontananza; qualche grazioso agnellino d’autunno, bianco come la neve, belava con lamenti di bimbo viziato.


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Minibio:

Grazia Deledda (Nuoro 1871 –Roma 1936). Pur appartenendo a una famiglia benestante, dovette interrompere gli studi alla quarta elementare, secondo le usanze del tempo. Chiusa in un mondo ristretto di provincia, la giovane avrebbe desiderato conoscere gli ambienti letterari e mondani della capitale. Tra il 1892 e 1900 collabora a periodici e riviste di tutta Italia con saggi e racconti. Dopo il matrimonio (1900) si trasferisce a Roma, dove ha l’opportunità di conoscere vari esponenti del mondo culturale di allora. La sua produzione non conobbe rallentamenti e nel 1926 venne insignita del premio Nobel per la letteratura. La sua collocazione storica, tra verismo e decadentismo, è sempre stata molto discussa; anche i giudizi sul valore della sua produzione sono piuttosto discordanti. Il fondamento della sua arte si deve comunque ricercare nella spontaneità e nella originalità. Della sua produzione si ricordano, tra gli altri: Racconti sardi (1894); La via del male (1896); Il vecchio della montagna (1900); Elias Portolu (1903); Cenere (1904); L’edera (1908); Canne al vento (1913); Marianna Sirca (1915); Il paese del vento (1931); Cosima (1937).

Libri


Grazia Deledda



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