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Simona Orlando,
Afterhours - ballate di male e miele
( 2006, ARCANA )
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“Questa non è una biografia. Se cercate litri di notizie sulla vita degli Afterhours, aspettate che la scrivano loro. Questo è il racconto di come sono nati tutti i loro dischi fatto da Manuel Agnelli e Giorgio Prette”.
Così Simona Orlando sceglie di affrontare la storia di una delle band simbolo dell’indie italiano, facendosi raccontare dai diretti interessati le evoluzioni e le contrazioni di una materia ostica. Ineccepibile il metodo e anche lo stile, che con una scrittura concisa raccoglie cronologicamente commenti e considerazioni a partire da “During Christine’s sleep” (1990) fino alle recenti collaborazioni con Greg Dulli e Mark Lanegan e alla pubblicazione in inglese dell’ultimo “Ballate per piccole iene”.
Per quanto ordinato e condotto con la disponibilità dei protagonisti, il lavoro non deve essere stato facile, essendo gli Afterhours band schizofrenica e contorta, giunta più volte sull’orlo dell’autodistruzione.
Dalle parole di Agnelli e Prette emerge il quadro di una gruppo che ha saputo trovare nei propri limiti la direzione da seguire, finendo per diventare modello al di là della propria ambizione e per rischiare di rimanere schiacciato all’interno di una scena circoscritta che loro stessi avevano contribuito a formare.
Si sa che Agnelli & Co. non sono mai stati una band normale: se la maggior parte dei musicisti ha bisogno di piacersi davanti allo specchio ogni mattina, gli Afterhours hanno sempre avuto un’ambizione più complessa in cui era altrettanto forte la necessità di odiare e forse di odiarsi. “Ballate di male e di miele” li presenta infatti non come “romantici dissoluti, poeti maledetti, aspiranti suicidi o cupi esistenzialisti: sono musicisti lucidi, con una sana dose di autoironia, creativi e razionali, con manie di suoni e persecuzioni”. È evidente nel racconto quanto la band abbia vissuto degli attriti formatisi tanto verso il proprio interno quanto verso l’esterno, giungendo a momenti estremi di distacco e di compattamento.
Le parole soprattutto di Agnelli evidenziano una personalità rapace fondamentale nel definire un ruolo da guastatori svolto più o meno consciamente verso le istituzioni (criticate), verso il pubblico (provocato e disatteso) e anche verso la cosiddetta scena indie-rock italiana (superata).
Per quanto ne dicano i detrattori o gli adulatori, gli Afterhours hanno recitato una parte importante soprattutto da “Hai paura del buio” (1997) in poi. Muovendosi e nutrendosi come dei virus all’interno del sistema, hanno tracciato un percorso a dir poco irrequieto che ora sta puntando al di fuori dei confini nazionali.
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| Simona Orlando
scrive su “Rockstar”, “Il Messaggero” e “Diario”. È l’autrice del libro “L’urlo dei Rolling Stones”. |
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