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   In the land of Goshen
     Speciale  GOSHEN


I Goshen sono quasi degli sconosciuti, non solo nel nostro paese. Neanche da una ricerca in rete si ricava molto sul loro conto e i siti web http://www.goshen-music.com/ e http://www.myspace.com/thegoshen offrono informazioni sufficienti ad individuare solo approssimativamente il territorio su cui si muove la band.
Provengono da Santa Fe, nel New Mexico, questo sì, nel pieno Sud degli States, il che ha la sua importanza nello stabilire le coordinate generali della loro musica.
Attualmente la line-up è composta da Grant Hayunga (voce, chitarra), dai fratelli Jim (batteria) e Bill Palmer (keyboards, percussioni) a cui si aggiungono le vocals femminili di Felecia Ford e Aimee Curl. Il leader, Grant Hayunga, è nato a New York, classe 1970, e si dedica anche alla pittura (http://www.hayunga.com/) con buoni risultati che lo hanno portato ad esporre fino a Chicago, Seattle e San Francisco.

Sette sono i dischi pubblicati, di cui solo gli ultimi due “facilmente” reperibili (on line): “Circus wife” (2005) e “Lioness” (2007). A questi si aggiungono una manciata di album che si possono acquistare dal sito della Frogville Records, http://www.frogvilleplanet.com/.
“Circus Wife” propone una coerente commistione di psichedelia e rockabilly edificata su un suono di forte estrazione blues (“Say It Say When”, “4 Hold Hands With No One” e “Little Tease”), viscerale e intenso (eccitante l’acustica“Silly Fool”) con sonorità smorzate dalla presenza di suggestive ballate (“Where Love Belongs” e “Sweet As Can Be”), cariche anche di coinvolgimento emotivo (“No Stranger To You”).
È però con “Lioness” che i Goshen compiono il vero balzo in avanti, portando l’impatto e le suggestioni della musica di Hayunga ad un livello superiore per cui vi rimandiamo alla nostra recensione. Quest’ultimo cd sta ottenendo buoni giudizi da parte della stampa americana, sempre limitati ad una zona assai più circoscritta di quanto la band meriterebbe.

Sembra davvero che i Goshen vivano in una terra di nessuno, in una zona che non ha molto da spartire con le regioni più popolate e conosciute sulle comuni mappe.
Vale la pena allora compiere un viaggio a ritroso di scoperta e approfondimento.


LA TERRA DI GOSHEN

Poi Giuseppe disse ai fratelli e a tutti i parenti: “Ora io vado dal faraone a dirgli che siete venuti qui dalla terra di Canaan. Gli dirò: Questi uomini sono pastori di greggi. Sono sempre stati allevatori di bestiame e hanno portato con loro pecore, buoi e ogni loro avere. Se poi il faraone vi farà chiamare e vi chiederà qual è il vostro mestiere, voi risponderete: Noi, tuoi servitori, siamo sempre stati pastori fin dalla giovinezza, come i nostri padri, e lo siamo tuttora. Così avrete il premesso di abitare a parte, nella regione di Goshen”.

(Genesi, 46; 31-34)

Del nome Goshen troviamo traccia nella Bibbia, all’interno del Libro della Genesi: così è denominata la regione in cui gli Ebrei risedettero quando entrarono in Egitto. Una volta scoperto che il figlio Giuseppe era ancora in vita e che era addirittura governatore dell’Egitto intero, Giacobbe con i suoi discendenti ottenne il permesso dal faraone di abitare nella regione vicino al Delta orientale del fiume Nilo.

Dopo aver sofferto la carestia a Canaan, agli Ebrei venne concessa questa terra fertile, per la riconoscenza che Giuseppe si era guadagnato e poiché “gli Egiziani non volevano avere nulla a che fare con i pastori, perché pensavano che essi li rendessero impuri”. Qua rimasero per circa quattrocento anni fino a quando Mosè non li condusse nel loro viaggio verso la Terra Promessa.


IL NOME GOSHEN

Perché il nome Goshen? Che cosa ci suggerisce?
Ovviamente rimanda ad un contesto di fede, che fa spesso da sfondo alla scrittura di Hayunga anche quando linguaggio ed argomento non sono strettamente religiosi. Testi e musica mirano a costruire uno scenario enigmatico, ambiguo, in cui i versi delle canzoni vengono cantati come fossero delle premonizioni dettate da bisogni  ferocemente e metaforicamente secolari.

Ricorrono alcuni termini di matrice spirituale (“God”, “Jesus”, “Save”, “Holy”, “Celebration”, “Baptism”, “Faith”, “The evangelist”, “Bells” ecc.), ma più che altro è evidente una dedizione ad un ideale di spietata essenzialità sonora e testuale: i Goshen suonano come se avessero una missione che nulla ha a che fare col music business. Pare imbraccino gli strumenti per rivoltare la terra, per scavarla, per trovare la parte di sé necessaria alla sopravvivenza.
Le canzoni presentano una realtà su cui incombe un senso di minaccia, di forte inquietudine, che non lascia vie d’uscita e non ammette salvezza (“You won’t be saved / Who will be saved? / No, you won’t be saved”).

Verrebbe da pensare alla condizione in cui la stirpe di Giacobbe tornò presto a trovarsi, tormentata dalla carestia e dagli Egiziani, ma Grant Hayunga descrive un’umanità più atea e il suo sguardo si apre su un’attualità più estesa nella sua precarietà. Non mancano critiche all’America ritratta esplicitamente come una società in preda a “struggles”, “competition” e “money makers” (“Gods of the Americas in your mystical magical suicide / I call you out as I was wondering about your raving struggles and fits / The prejudice and the violence, competition for identity / Be my heaven and shake your money-maker”).
Se allora la ragione sociale della band suggerisce dei parallelismi con la storia narrata nella Bibbia, questi si concretizzano soprattutto in uno sfondo in cui l’uomo si trova a fare i conti con la povertà, la morte, la perdizione.
Si potrebbe dire che la musica dei Goshen rappresenta una sorta di varco pericolante, un passaggio pervaso da scosse senza freno e da momenti di calma tremante. Verso una Terra Promessa ancora troppo lontana, indefinita. Che nemmeno si intravede. Forse che proprio non esiste.


IL SUONO DEI GOSHEN

Tensione è la prima parola da associare alla musica del trio guidato da Grant Hayunga. Tensione che proviene da un uso fervido delle chitarre, soprattutto della slide, e da un canto dilaniato, a tratti “dylaniato” (“They grew wild for you”, “Hate to say goodnight”).
Blues è il primo genere a cui i Goshen risultano devoti. Vi si dedicano trascendendone i confini e trasportandone lo spirito dal Delta del Mississippi fin nella propria terra: potremmo chiamarlo southern-blues, folk-blues, rock-blues, hillybilly, dark Americana, ma di fondo sempre di blues si tratta e sempre a Sud ci si trova..

Non a caso, oltre al fantasma del Dylan più indiavolato, compaiono gli spiriti di tanta musica del Mississippi e del country-folk più desertico, con echi lontani di Neil Young e Townes Van Zandt. Viene alla mente anche un certo David Eugene Edwards (ricordate la nostra copertina del settembre 2006?): si tratta più che altro di una questione di attitudine e di affinità spirituale, perché nella musica dei Goshen non ci sono le scudisciate visionarie dei 16 Horsepower e nemmeno la gravità monastica  dei Woven Hand. Se però un giorno Hayunga ed Edwards si dovessero incontrare, siamo convinti che avrebbero qualche argomento di cui discorrere. A partire ovviamente dalla Bibbia.

Dell’immaginario biblico si nutre certamente la musica dei Goshen: l’antica contrapposizione tra bene e male è una costante e nelle canzoni dell’ultimo disco, “Lioness”, diventa una lotta intestina all’uomo, convulsa e confusa. Questo conflitto vive nelle canzoni attraverso le figure di Gesù e Jezebel (“Jesus loves a Jezebel”), attraverso la presenza delle armi (“Gun Blue”, “Son of a gun”) e attraverso alcuni paesaggi tormentati, che sono simbolo di irrisolte ossessioni (“Jackrabbit”, “Cloudy minds”, “They grew wild for you”), di vere e proprie paure (“Hate to say goodnight”).
Si tratta di una dualità esasperata,  aumentata da un senso di oscuro presagio, a cui contribuiscono un organo, soprattutto nelle tracce più concitate, al limite della jam psichedelica, e un canto sofferto, nella spettralità delle ballate.


IL MONDO DEI GOSHEN

Descrivendo i Goshen, Steve Terrell, critico del The Santa Fe New Mexican, ha scritto che “questa è la musica che chi condanna il blues dovrà ascoltare prima di morire e andarsene all’inferno”.
La definizione racchiude il senso di condanna e di (precaria) salvezza contenuti nella musica di Hayunga e compagni. Il loro è infatti un mondo che non è pacificato nemmeno nelle ballate più lente. Quando la slide e la ritmica vengono rilasciate fino a tacere, è il canto, accompagnato da poco altro, a seguire solchi aridi come fosse stato costretto all’esilio nel deserto.

Non bisogna però dimenticare che Goshen è una terra in origine fertile. E con la forza di un rock viscerale spasimi di vita prorompono nei pezzi della band: “To begin again” e “Morning light” sono tracce portatrici di una luce che permette l’esistenza, anche nella sofferenza (“All this love for you just keeps on rushing in / With every new day to begin again” e ancora “Love, come on open your eyes / Here comes the morning light / Oh, come on open your eyes”).

Nel mezzo di un immaginario pseudo-religioso come quello fin qua descritto sarebbe facile identificare questa luce con un roveto ardente, con un fuoco che illumina e offre verità assolute. Niente di tutto questo: dai Goshen scaturisce una fiamma che non ha nulla di sacro e che consente di distinguere a malapena la realtà nei suoi tratti più essenziali, spesso arrivando paradossalmente a deformarli per metterli in evidenza.

È la stessa luce che si ritrova nei dipinti di Grant Hayunga, soprattutto nella serie “Ojo de la Terra Works”, visibili su http://www.hayunga.com/. Qua i colori passano dal grave al diafano fino al vivido, sempre dominati da una luminosità sofferta, cupa, sottolineata da una pennellata turgida sul paesaggio e ancora più ridotta ai minimi termini nel ritrarre l’essere umano.

Se già delle forme della natura non resta molto, l’uomo viene addirittura stilizzato attraverso un tratteggio incerto che ne delinea il volto, anzi, i contorni di un volto spersonalizzato, ridotto ad un capo. Le figure rimangono immobili ad interrogare bisogni latenti e persino l’aria, che pare soffiare in cielo, è muta, quasi che si fosse in prossimità della morte o di un lutto (“Burial”, “Murder of crow”, “Below the cypress”, “Black eyes” ecc.).

Lo stesso gregge di esseri sofferenti, moribondi, popola anche la serie “Red Peyote Works”, con gli uomini rossi, bruciati nella pelle e spesso simili a delle bestie nella corporeità e nella gestualità (da una di queste opere viene la copertina di “Lioness”) fino a trovarli tramutati in creature metà umane e metà animali. Incombe il rischio di  una perdita d’identità anche fisica e non sembra quindi casuale che la prima canzone di “Lioness” sia “Don’t know your name”.

Anche le tele di Hayunga portano all’estremo la dualità insita nell’uomo evidenziandola con l’uso di materiali opposti  tra cui acquarelli, olio, cera, carboncino, resina, fibre umane ed animali.

Un ulteriore presagio sembra essere il fatto che l’ultima sua raccolta sia “Animal works”, una serie di sei tavole dedicata ad animali selvaggi, allo stato brado, forse gli ultimi sopravvissuti.
La pittura risulta così complementare alla musica dei Goshen ed anche in questo caso tornano alla mente scenari biblici come l’oracolo di Isaia “sulle bestie del Negheb. In una terra di angoscia e di miseria, adatta a leonesse e leoni ruggenti” (30, 6).
 Giusto per curiosità, vi ricordiamo poi che allo stato attuale il mondo dei Goshen è frequentato anche da un certo Val Kilmer (lo ricordate nei panni di anti Tom Cruise  in “Top Gun” o di Jim Morrison nel film dedicato ai Doors?), che, oltre ad aver prodotto “Bedlam to Ballyhoo”, è uno degli amici più stretti di Grant Hayunga, da quando i due si sono incontrati nel New Mexico parecchi anni fa. Altri frequentazioni più o meno saltuarie sono quelle di Jimbo Mathus, Alvin Youngblood Hart, Shannon McNally, Cary Hudson, North Mississippi All Stars, Joe West, ThaMuseMeant (che hanno suonato su “Trixie”) e Hundred Year Flood (la band dei due fratelli Jim e Bill Palmer, membri dei Goshen).
Se volete farvi un giro “in the land of Goshen”, qua potete ascoltare qualcosa: http://www.goshen-music.com/. E qua procurarvi ciò che hanno pubblicato: http://www.frogvilleplanet.com/jamroom/bands/17/.


I DISCHI DEI GOSHEN

 “Goshen”, 1994 (Frogville Records)

 “Sway back”, 1999 (Frogville Records)

 “Trixie”, 2000 (Frogville Records)

 “Show pony”, 2001 (Frogville Records)

 “Bedlam to Ballyhoo”, 2004 (Frogville Records)

 “Circus wife”, 2005 (Frogville Records)

 “Lioness”, 2007 (Frogville Records)

 
Articolo di: Christian Verzeletti e Antonio Avalle  Del 03/09/2007
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