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Interviste:
VIRGINIANA
MILLER
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I
Virginiana Miller ci piacciono, eccome. Leggete fino in fondo l’intervista
che abbiamo fatto al cantante del gruppo Simone Lenzi per scoprire perché.
Se proprio siete impazienti andate subito all’ultima domanda, rischiando
però di perdervi il resto...
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Simone,
tu che dei Virginiana Miller sei il cantante, puoi presentare al mondo
intero il gruppo e la vostra storia?
Rimando tutti a http://www.virginianamiller.it/bio.htm
, perché davvero di raccontarla non ne possiamo più. Abbiate pazienza.
Non siamo ancora così vecchi dal provare piacere a rievocare per la millesima
volta gli anni verdi.
Il vostro nuovo album “La verità sul tennis”, appare all’ascolto più omogeneo
e organico dei precedenti, quasi la rivincita di un pop atipico sulla
cerebralità dei primi dischi. Si tratta di una scelta maturata durante
il suo concepimento oppure di una casualità?
Direi una casualità, siamo sempre estremamente
poco programmatici nelle cose che facciamo. Si cerca di salvare sempre
la spontaneità. Forse però è vero che i pezzi sono nati in un periodo
emotivamente felice per il gruppo e di questo il lavoro ne ha risentito
positivamente. A registrare questo disco ci siamo divertiti da matti.
Abbiamo goduto davvero.
Diversi produttori tra i più interessanti in circolazione quali Marc Simon,
Giorgio Canali e Amerigo Verardi hanno contribuito alla concretizzazione
di un vostro suono e uno stile personali. Quale apporto hanno rispettivamente
offerto al gruppo nei lavori ai quali hanno collaborato?
Marc ci ha insegnato la bellezza dell’errore
e una certa indulgenza verso l’inatteso, Giorgio ci ha insegnato a tirar
fuori le palle quando serve (le lettrici scusino l’espressione fallocratica
ma non me ne viene una migliore per esprimere il concetto), Amerigo a
mettere le ‘virgole’ nei suoni.
Questo
ultimo lavoro, prendendo a prestito il nome dal brano d’apertura, lascia
sottintendere un’inquietante realtà…
Beh, inquietante non direi… molto umana, piuttosto.
“La verità sul tennis” ha il pregio di possedere pure una copertina di
ottima fattura. Com’è nata l’idea di un’immagine dal taglio tanto ricercato?
Noto una certa ironia… la verità è che siamo
cresciuti sbirciando le copertine di Fausto Papetti e le pagine dell’intimo
di Postalmarket… tutti i fantasmi prima o poi ritornano.
No, dico davvero! Ti chiedo un parere forse scontato: quanto è difficile
per un gruppo come il vostro riuscire a far sentire la propria voce a
livello nazionale partendo da una dimensione provinciale come quella di
Livorno?
La dimensione provinciale riguarda tutta l’Italia,
ad eccezione forse di Milano. L’Italia è tutta provincia. Personalmente
amo la provincia e se questo significa che abbiamo mangiato il sushi con
qualche anno di ritardo, beh, pazienza. Forse tutto questo si sconta,
ma esiste la tecnologia per evitare la morte civile. Il nostro pubblico
non è una folla oceanica ma è diffuso lungo tutto lo stivale, isole comprese.
C’è
un pezzo del vostro secondo album che suggerisce una nostalgia amara per
la provincia: “Parenti lontani” parla di questo, vero?
Indubbiamente
si. E si riferisce soprattutto al numero infinito di artistucoli che ho
conosciuto in vita mia, molti dei quali miei ex amici, che si riempivano
la testa di sogni escapisti e pensavano di andare a Parigi, Londra o New
York per trovare il riconoscimento che pensavano di meritare. Tornavano
puntualmente a Livorno dopo aver finito i soldi di mamma.
Quali
sono i tre vostri brani ai quali vi sentite più affezionati e per quale
motivo?
Non si può dire, gli altri brani poi ci rimangono
male e vengono male dal vivo! Per quanto mi riguarda ho provato una forte
emozione quando ho cantato per la prima volta il testo di “l’estate è
finita” sulla musica che avevano scritto i ragazzi. E’ stato un bel momento.
Parliamo
dei vostri testi. Avete una spiccata abilità nel plasmare in maniera del
tutto personale la lingua italiana, cosa che a mio parere consacra le
vostre liriche tra le migliori o comunque tra le più notevoli degli ultimi
anni…
Più
che rispondere, arrossisco.Posso
dirti però che a scrivere un testo ci metto sempre un’infinità di tempo
e alla fine devo essere contento di ogni singolo verso o sul disco non
ci finisce. Scrivere i testi delle canzoni è la cosa per cui vivo, se
non lo facessi sarei un disgraziato. E’ la cosa che mi ha salvato la vita.
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In questo gioco convivono un acuto senso ironico e sensazioni ora di profonda
malinconia, ora di sollievo: penso a “L’agente al Cairo” oppure a “Placenta”…
Questo forse rispecchia un lato del mio carattere:
devo prendermi in giro da solo un bel po’ prima di convincermi che qualcosa
di quello che ho fatto è capace di resistere al mio sarcasmo. Detesto quelli
che si prendono troppo sul serio. Non sono un artista maledetto, ringraziando
il cielo. Sono una persona normale che però è portata a vedere il lato comico
delle cose tragiche e il lato tragico delle cose apparentemente innocue.
Paradossalmente sia chi vi adora che chi non vi sopporta indica queste peculiarità
come il principale motivo di amore o odio, che ne pensate?
Che è giusto così. Significa che facciamo qualcosa
che ha una sua identità, che suscita una reazione. Di noi nessuno dirà mai
che facciamo cose ‘carine’ come innanzitutto e per lo più si dice in giro
di troppe cose.
Nei vostri testi è perenne il richiamo all’infanzia, o comunque un’epoca
in cui forte era il richiamo simbolico esercitato da forze esterne: i parenti,
la televisione, il cortile di casa, la stazione ferroviaria, gli altri in
generale…
E’ vero. Non credo però sia frutto di nostalgia.
Gli anni settanta in cui sono cresciuto avevano una loro bellezza ma furono
anche anni terribili. Non ho nostalgia della paura che si palpava in giro
il giorno in cui rapirono Moro, per esempio. Credo invece dipenda dalla
necessità di recuperare una dimensione di stupore, la capacità stessa di
stupirsi… e questa è una dote infantile che si perde col tempo. A me di
cambiare il mondo non me ne è fregato mai nulla, mi è sempre bastato descriverlo.
Ho cercato di descrivere quella porzione minuscola di mondo che conosco
con tutto l’amore di cui sono capace: le forze in campo non sono mai le
mie. A me piace guardare.
…non a caso il vostro primo album si apre con un brano dal titolo emblematico:
“Curriculum”, che poi rappresenta il primo vero passo per distaccarsi da
quel mondo e mettersi in gioco: da quel punto in poi tutto è alienazione?
Il mondo del lavoro è diventato una prigione senza
finestre. Pensa a tutte queste palle sulle certificazioni. La certificazione
di qualità è in realtà la certificazione che la tua azienda ha finalmente
raggiunto quegli standard di disperazione che ti rendono pronto per tuffarti
in Europa con una pietra al collo.
Dal vivo qualche anno fa mi avevate colpito per il rigore e lo spleen che
dal palco siete riusciti a trasmettere al pubblico. È cambiato qualcosa
nella vostra dimensione concertistica dai passati tour a oggi?
Forse sbagliamo meno e abbiamo preso più confidenza
col palco. Ma non abbiamo perso la santa fifa di montarci sopra e penso
che questo si traduca in una certa ‘presenza’, nel fatto cioè che ci siamo
emotivamente.
Il disco “Salva con nome” testimonia che la vostra musica non perde nulla
del suo fascino anche con un assetto acustico. Quanto di questa esperienza
avete effettivamente “salvato con nome”?
Spero il più possibile. Un’ esperienza acustica
in questo momento non ci interesserebbe più, forse, ma è stato un bel momento
per il gruppo, ci siamo dati la prova di credere nella bontà di quello che
facevamo, nonostante le difficoltà. Insomma ci siamo chiesti se avremmo
rifatto tutto da capo, e ci siamo risposti che lo avremmo rifatto un milione
di volte.
Una curiosità: cosa leggono i Virginiana Miller? In parecchi vostri brani
convivono suggestioni tra le più disparate e disperate: dai romanzi gialli
da quattro soldi a Leon Battista Alberti, fino al Goethe di “Viaggio in
Italia” il vostro è un tentativo di riattualizzare in chiave postmoderna
il gusto per una letteratura viva…
Parlando a titolo personale posso dirti che adesso
leggo molto meno, ma fino a trent’anni ho divorato libri. Ero capace di
andare in vacanza a Londra e non vedere niente di Londra perché avevo trovato
un remainder e di passarci tutti i pomeriggi. Ecco, facevo cose così. Ma
ora mi sembra storia antica. Leggo ancora, ma non ho più l’ingordigia di
qualche anno fa… però ho sempre cercato di evitare la pesantezza e la cerebralità
quando scrivo. Detesto quelli che riempiono i testi di parolone. Quando
cito lo faccio sempre discretamente, le allusioni colte sono sempre nascoste.
Le persone non si misurano per i libri che hanno letto e la cultura non
dovrebbe servire per allontanare gli altri.
Per concludere ti lascio uno spazio libero nel quale puoi indicare ai lettori
di Mescalina qualche motivo valido per avvicinarsi ai Virginiana Miller…
Perché siamo bravi senza essere furbi. Perché siamo
ingenui senza essere stupidi. Tutto qui.
Grazie per la disponibilità, la passione e la sincerità. Ci piacete per
questo. |
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