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*La pagina di Yoss

Yoss è lo pseudonimo di
Yosé Miguel Sánchez Gómez
(L’Avana 1969)

Longiano 1999

L’Avana 1997

José Miguel Sánchez, che si firma anche sulla carta d’identità Yoss, nome con cui tutti lo chiamano all’Avana, dove è nato nel 1969, ha un aspetto anomalo per uno scrittore cubano: lunghi capelli da metallaro, stivali e polsini di pelle borchiati, giubbotti aperti sul poderoso fisico da culturista, camminata da bullo smentita da uno sguardo dolce e dall’abitudine di divorare libri durante i lunghi tragitti sui rari autobus avaneri. Laureato in biologia, ha lavorato per anni presso il Politecnico con il compito di stimolare le letture umanistiche negli studenti di discipline scientifiche. Ha anche condotto, con l’amico Raúl Aguiar, un vivace laboratorio di scrittura creativa tra i govani che si riunivano nella Casa della Cultura detta Patio de María o nella tana dell’associazione Hermanos Saíz. Per sbarcare il lunario ha fatto però di tutto, dalla comparsa nei film di cappa e spada e nei serial televisivi sui pirati al pittore di magliette con su i mortiferi simboli heavy cari ai friquis, i fricchettoni locali. È appassionato di speleologia e ha compiuto parecchie spedizioni nelle grotte dell’isola. Ma quello che fa di più e meglio nella vita è scrivere racconti e romanzi, che riempiono i cassetti dell’armadio nella stanzina zeppa di dischi e poster, a casa di sua madre, dove ogni tanto torna e trova ad aspettarlo il pappagallo di famiglia. Yoss ha esordito presto, con la raccolta di fantascienza Timshel (Unión, L’Avana 1989), poi sono venute le penurie della crisi economica e solo da poco ha potuto riprendere a pubblicare con i racconti di W (Letras Cubanas, L’Avana 1997). Ma adesso il “fenomeno Yoss” è esploso in patria e sono in stampa varie sue opere, mentre si fa strada anche all’estero. Da noi è presente nei volumi collettivi A labbra nude. Racconti dall’ultima Cuba (Feltrinelli, 1995), La baia delle gocce notturne. Racconti erotici cubani (Besa, 1996) e Vedi Cuba e poi muori. Fine secolo all’Avana (Feltrinelli, 1997), mentre presso l’editore Besa di Lecce esce a settembre 1999 il suo ciclo narrativo I sette peccati nazionali.

                



Intervista a Yoss
(di Danilo Manera)

Che rapporto c’è tra gli scrittori e la politica a Cuba?

      Sostanzialmente vedo tre tipi di posizioni, che dipendono in buona misura dall’età: quelli che hanno più di quarant’anni avevano un credo solido e adesso sono disorientati, benché parecchi continuino a darsi instancabilmente da fare in incarichi di governo o di partito; noi che siamo attorno alla trentina una fede non ce l’abbiamo più, ma ci piacerebbe molto sentirla ancora viva dentro perché con lei siamo cresciuti; ai giovanissimi che arrivano ora sulle scene letterarie dell’ideologia non importa invece un bel niente, appena avvertono la sua presenza voltano le spalle. In genere però, prevale un deluso consenso sul nostro martoriato progetto di socialismo tropicale, con al massimo la volontà di cambiarne alcuni aspetti, e nel privato gli artisti non si sottraggono alla picaresca quotidiana del tirare avanti.

Dai paladini della canzone poetico-impegnata ai travolgenti ballabili delle orchestre di salsa, Cuba è ritmo: dentro di te quale pulsa?

       Quel che emerge all’estero della musica cubana è solo la punta dell’iceberg, a volte persino quella più antica, come nel caso di Compay Segundo e soci. Ma c’è anche un importante corrente di fusione tra gli stili e soprattutto un rock di buona fattura: gruppi come “Havana”, “Cosa Nostra”, “Garage H”... Grazie all’esperienza dei trovatori - e mi riferisco soprattutto a quelli contestatari a noi più vicini, come Frank Delgado o Pedro Luis Ferrer - i rockettari cubani sanno che nella nostra realtà non si possono permettere testi stupidi, se non per scherzo o autoironia. Così c’è nelle parole delle loro canzoni una rabbia di strada che trasforma il trash metal degli “Zeus” o dei “Moneda dura” in cronaca sociale contemporanea, qualcosa di simile a quello che furono i “Van Van” negli anni ‘70 e ‘80... Ma abbracciare questa forma musicale non significa rifiutare la tradizione del son. A Londra in una festa in discoteca mi sfottevano per come dimenavo la chioma: ho fatto mettere su un disco di salsa e le ragazze facevano la fila per piroettare tra le mie braccia, mentre gli inglesi schiumavano d’invidia, perché non si sanno muovere.

Cuba è anche un mito sessuale e l’erotismo anima spesso la tua scrittura: come lo vivete?

        Quello cubano è uno dei popoli più sensuali e insieme più repressi del mondo: l’ambito sessuale è stato negli ultimi decenni un territorio con libertà quasi piena, nei limiti dell’erotismo ortodosso (e l’attrazione per il proibito ha fatto pullulare più o meno in segreto anche quello eterodosso). Non c’erano opzioni ricreative fuori dal sesso, tantomeno durante il famigerato período especial, quando mancava tutto. Così il sesso qui è esacerbato, ma sa anche diventare una forma di comunicazione, non di oppressione o di potere, ma di libertà. Fa parte del carattere caraibico: con i corpi noi parliamo. L’isola è piena di corpi generosamente esposti, per vincere il calore e l’umidità, ma anche per il bisogno di mostrarsi, toccarsi, godersi. Resistono comunque dei tabù, ad esempio il culo maschile non esiste, non si può nemmeno sfiorare, lì risiede la mascolinità. Un altro tabù è la donna che paga in un locale pubblico: persino i cacciatori di turiste straniere si fanno dare prima i soldi e pagano loro. Dev’essere un’eredità spagnola e africana.

Tu fai palestra tutti i giorni e pratichi arti marziali. Ha a che vedere con l’immagine dura e barbuta che pure fa parte dell’immaginario su Cuba?

         Da noi domina il machismo-leninismo, cioè la connessione della virilità con l’intransigenza politica. Nel mio caso, le arti marziali orientali servono invece a drenare la violenza. Quando mi sento incollerito o di malumore, scarico la tensione accumulata in palestra oppure nella letteratura. La mia è una ricerca di equilibrio all’orientale: sia come cubano che come rockettaro sono atipico perché non bevo e non fumo, non prendo nessun tipo di droga e nemmeno il caffè. E questo da sempre. Il corpo è un piedistallo della mente, deve servirla al meglio.

Come mai solo agli sgoccioli del millennio si pubblicano finalmente le tue opere di fantascienza?

        Due miei romanzi nello stesso anno, più un’antologia da me curata, segneranno la rinascita del genere a Cuba, dove nell’ultimo decennio s’erano visti soltanto un paio di titoli. Forse è perché prima il futuro era appannaggio del socialismo e nessuno poteva mettere in dubbio che sarebbe stato per forza felice. Oggi, rotto il mito, il futuro è tornato incerto, libero, immaginabile. Ma la cosa più incredibile è che la Microsoft di Bill Gates ha incaricato un gruppo di informatici cubani di realizzare un videogioco di fantascienza molto innovativo, basato sul controllo della concentrazione tramite sensori nervosi, e io ho scritto la sceneggiatura. Dovrebbe chiamarsi Space Hunter e uscire anche lui entro fine anno.
                                                                                                           Danilo Manera


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