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Colombia
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COLOMBIA (1998)
“Molte persone pensano che andare nella selva amazzonica, ed incontrare
gli indios che ci vivono, ci si possa trovare di fronte a gente
primitiva, culture arretrate…..bene, io vorrei sapere chi sono i
primitivi, noi, i cosiddetti civili, o loro, un popolo che ha avuto
la fantasia di scegliere di dormire su di un’amaca, per potersi
dondolare come fossero a riposare su una nuvola…..”
(dall’ intervista a Jairo Anibal Niño, realizzata da Danilo Manera)
Sono stato in
Colombia nell’estate del 1998. Ho fatto parte della spedizione guidata
da Danilo Manera nella regione amazzonica del Vaupés. Il tempo passato
nella selva, a stretto contatto con le popolazioni indigene che
ci hanno accolti, è stato qualcosa di straordinario ed indimenticabile.
Non per affermare che la mia vita da allora sia cambiata, ma sicuramente
alcuni valori, che considero molto importanti, ne sono usciti rafforzati.
Siamo anche stati molto fortunati, perché nessuno di noi si è ammalato
gravemente, e perché siamo stati ammessi a partecipare al rito dello
Yuruparí, una danza ancestrale scandita dal suono cupo dei flauti
di palma. Yuruparí, nella cultura indigena è il grande serpente
che risale dal mare il rio Delle Amazzoni, il rio Negro, il Rio
Vaupés, fino a raggiungere le cascate che prendono il suo nome,
dove avviene la creazione del mondo. Il viaggio è stato anche un
omaggio ad un grande esploratore italiano, Ermanno Stradelli, che
attraversò questi luoghi la prima volta nel 1881.
Di questo paese
straordinariamente vario ed affascinante, purtroppo solamente ricordato
per i gravi problemi di guerriglia e narcotraffico, ho inoltre visitato
Bogotá, l’altopiano andino fino a Tunja e Villa de Leiva, la costa
del Caribe da Cartagena, Santa Marta, fino al Parque Tayrona, e
alcune città dell’interno come Fundación, e Aracataca.
“…In Colombia
i treni sono un fantasma. Se ne possono vedere, di merci, fra un
deragliamento a l’altro, ma da una quindicina d’anni, in questo
Paese, non circola nemmeno un treno passeggeri. Ce ne sono stati,
in passato, anche se lo sviluppo delle ferrovie in Colombia è stato
molto più lento che in altri paesi dell’America Latina, tipo il
Messico, e soprattutto l’Argentina, che nel 1910 contava già 28.000
km. di binari…”
“Santa Marta tiene tren pero no tiene tranvia.
Si no fuera por la zona, ay caramba, Santa Marta moriria ay caramba.”
“…Il treno si scuote, stavolta ci siamo, partiamo davvero!
Nel silenzio più totale, ci si comincia a muovere, non un grido,
niente esplosioni di gioia né di entusiasmo; un’emozione contenuta,
quasi pudica, comune e individuale, s’impossessa delle novantanove
persone presenti. Tutti, comunque, sono ai finestrini, sul tetto,
sulla piattaforma. Ci scappa qualche lacrima. Siamo inebetiti, è
da non credere che la scommessa impossibile stia diventando realtà.
Il nostro treno va ed è bellissimo, a ogni curva che la via disegna,
le teste si sporgono ad ammirare l’insieme del convoglio…”
“…Giorno X. Dalle tre del pomeriggio l’entrata della stazione è
piena di gente. Sappiamo che verrà tutta Santa Marta…. …Tre colpi
di fischietto della Consentie annunciano l’inizio dello spettacolo.
Comincia a fare notte. El Expreso del Hielo s’illumina e, poco a
poco, svela il mistero del suo carico. Cinquemila persone passano
da una baracca all’altra: tiro al bersaglio, mostra del ghiaccio
di Philippe Mazaud, ufficio dei sogni, vagone in fuoco, grotta dello
Yeti senza locatario. Le file sono impressionanti. La gente circola
senza sapere cosa fare. Al vagone-museo c’è casino. Impossibile
scendere o salire. Le ragazze chiedono aiuto. Si fa molta fatica
a contenere i ragazzi all’entrata del vagone dove Tom e Dani hanno
installato il loro materiale dei tatuaggi….
…Alla fine arriva la pioggia. Si coprono velocemente i matos dei
telefoni. Ma Roberto si sveglia lo stesso. Ed ecco signori e signore,
la grande attrazione della feria, Roberto, il solo esemplare al
mondo di Draconidus magdalenius. E’ alto più di cinque metri. E’
un’iguana con dei complessi da drago o un drago che aspira ad essere
un’iguana. Quando lo si disturba, Roberto si alza, spazza la folla
coi suoi occhi-proiettori, esala fumo dalle narici e sputa sulla
gente un getto di fuoco lungo dieci metri.
Ogni volta che Roberto apre la bocca, Tomasin spinge sul sintetizzatore
e il tema Roberto ruggisce…”

All’ufficio
dei sogni di Santa Marta
“Il mio sogno è di avere una maglietta. Ne ho bisogno”
Dario
Romero, 15 anni
“La pace per la Colombia, e che la violenza finisca nel nostro paese.
Basta con la delinquenza in Colombia e stop alla droga”
Arturo
Caceres, 18 anni
“Né narcos né guerriglia nel mio paese. Che il governo pensi a noi
poveri. Che ci siano più possibilità di lavoro”
Eliécer
Rincon, 42 anni
All’ufficio
dei sogni di Aracataca
“Il mio sogno è che né i bambini né gli adolescenti debbano aver
fame. Senza dubbio in questa vita è obbligatorio provare dolore,
ma non troppo.”
Manuel
Felipe Cruz, 13 anni
“Come sarebbe bella la Colombia senza guerra! Qui un uomo perde
la vita e lascia bambini e donne abbandonat. Un colpo do fucile
stronca un’esistenza, le madri piangono i propri figli, le spose
piangono i mariti. Basta guerre, basta bombe, basta violenza. Perché
non tutto finisca con una rosa su una tomba.”
Rita
Santos, 24 anni
(brani tratti dal libro di Ramón Chao “La
Mano Negra in Colombia” a cura di Silvia Ballestra)

“Scendendo ci
ritroviamo sotto una calotta di fronde a volte così fitta che lascia
filtrare poca luce e camminiamo tra felci arborescenti e fiori purpurei
di heliconia; poi si apre di botto una radura che pare esistere
solo per fare da scenario allo svolazzare di una grande farfalla
blu cobalto, con scatti e rimbalzi bruschi che solo la sua strepitosa
eleganza addolcisce. Saliamo di nuovo in direzione di una mitasava,
capanna provvisoria appostata come una sentinella su un cocuzzolo
panoramico completamente pelato, una chiazza di terra ocra tra il
verde. Dalla parte di Yuruparí si vede arrivare una colossale cortina
d’acqua che nasconde grandi pezzi di orizzonte dietro di sé, li
annulla impiastricciandoli di un grigio torbido, come una gomma
maldestra che cancella la scrittura ma lascia l’ombra sporca della
grafite. Il temporale non avrà mezze misure: per fortuna nella mitasava
c’è il fuoco acceso. Il fronte dell’acquazzone ci raggiunge e malmena
lo spiazzo, che comincia a colare in rigagnoli ocra verso il basso,
mentre la luce diminuisce. L’indigena che ci ha accolti in casa
prende da un trespolo sopra il focolare un pacchetto di foglie e
ne cava dei pesci tucunaré affumicati, simili a trote, che ci vengono
offerti con cassava, il pane di manioca, da intingere in una salsa
piccante detta quiñapira. Quando il peggio sembra passato, decidiamo
di riavviarci. In fondo conosciamo già questa pioggia tiepida: quando
torna il sole implacabile ci si asciuga presto. Sulle prime la foga
del rovescio declina e addentrandoci nel folto siamo costretti a
rinunciare alle mantelle impermeabili perché già risale il vapore
soffocante, tra un odore dolciastro di decomposizione. Poi però
il temporale ha un colpo di coda e non c’è scampo: lo vediamo abbattersi
irreparabile sulla selva umida. La pioggia torrenziale si schianta
chiassosa sulle chiome degli alberi più alti, la ceiba, il guayacán,
le nectandre e i cargueros, poi schizza in frantumi sulle foglie
a girandola delle cecropie, sui tronchi durissimi di acaricuara,
sulle palme panciute, spinose o esili come ventagli e sugli ucucuí
carichi di frutti. Da lassù scende a rivoli lungo le liane, i rampicanti,
i ficus strangolatori e le radici aeree delle epifite fino alle
cisterne vegetali delle bromeliacee e alle orchidee, i funghi e
il fogliame marcio del suolo, gonfiando i muschi e le radici sotterranee.
Finché, repentino com’era venuto, il diluvio si sposta altrove e
fioccano come avanguardie paracadutate i primi raggi di sole. Gronda
ancora tutto il campionario delle foglie a forma di spatole, lame,
piatti, frange, ombrellini, imbuti, lance e già ricominciano a cianciare
roche e stridule le lunghe guacamayas multicolori, volando alte
sopra quel verde garbuglio sgocciolante.”
(brano
tratto dal libro di Danilo Manera “Yuruparí” Feltrinelli Editore)
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Il
giaguaro, Museo del Oro di Bogotá
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Piazza
Bolívar a Bogotá
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Quartiere
di S. Andresito a Bogotá |
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Aracataca
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La
stazione di Aracataca
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Dintorni
di Santa Marta
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Cartagena
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Terminal
di Cartagena
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Carta
del Vaupés disegnata da E. Stradelli
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Mitù,
la capitale del Vaupés
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Navigazione
sul Rio Vaupés
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Navigazione
sul Rio Vaupés
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Capanna
vicino alle cascate di Yuruparí
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Il
rito dello Yuruparí
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Il
rito dello Yuruparí
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Il
rito dello Yuruparí
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Scuola nella selva
libri
e dischi che vi consiglio:
Jairo Anibal Niño “Los Superhéroes” (Panamericana)
Jairo Anibal Niño “Preguntario” (Panamericana)
Jairo Anibal Niño “Zoro” (Panamericana)
Fanny Buitrago “La casa del arco iris” (Panamericana)
Fanny Buitrago “La signora del miele” (Feltrinelli)
Juan Manuel Caro Montoja “A eccezione del cielo” (Savelli)
Ramón Chao “La Mano Negra in Colombia” a cura di Silvia Ballestra
(Theoria)
“Colombiani” Storie da un paese sotto sequestro (Internazionale)
Danilo Manera “Yuruparí” (Feltrinelli)
José Eustacio Rivera “La voragine” (Andres Bello)
Santiago Gamboa “Perdere è una questione di metodo” (Guanda)
Gabriel García Márquez “Cent’anni di solitudine” (Mondadori)
Gabriel García Márquez “Cronaca di una morte annunciata” (Mondadori)
Gabriel García Márquez “L’amore ai tempi del colera” (Mondadori)
Alfredo Molano “Rebusque mayor” (El ancora)
Álvaro Mutis “Ilona arriva con la pioggia” (Rizzoli)
Fernando Soto Aparicio “El amor nuestro de cada día” (Panamericana)
Fernando Soto Aparicio “La rebelion de las ratas” (Panamericana)
Alfredo Gutiérrez “los mejor de…” (Mtm)
Lisandro Meza “El sabanero mayor” (Kubakey)
Totó La Monposina y sus tambores “La candela viva” (Real World)
Alfredo Rolando Ortiz “Lo mejor de Colombia” (Discos)
Shakira “Unplugged” (Columbia)
Carlos Vives “El amor de mi tierra” (Sonolux)
Carlos Vives “Clasicos de la provincia” (Sonolux)
Carlos Vives “La tierra del olvido” (Sonolux)
Carlos Vives “Tengo fe” (Sonolux)
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