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Sguardi dal mondo (1958 - 0000)


Ho iniziato a guardare il mondo come tutti gli esseri viventi, per conoscerlo, capirlo, imparare a decifrarlo, da quando ho aperto gli occhi.
Prima il mondo delle quattro mura di casa, poi quello appena fuori. Ora, da molti anni è un viaggio infinito, immaginato, immaginario e reale. Uomini e donne e libri, e storie. Strade, e montagne. Un deserto ed un mare, dentro e fuori, da attraversare, esplorare. Un accumulo di ricordi e voglia di continuare ad inseguire il mio orizzonte.
Con i consigli di mia nonna Ida sempre presenti, da quando avevo sei o sette anni…..

La terra appartiene a tutti quelli che ci vivono. E' tonda e i suoi confini sono i confini dello spazio che essa occupa nel sistema solare. Non ha muri divisori, proprietà private, sbarramenti, cancellate. La materia e l'energia che racchiude sono state finora solo di chi era capace di creare l'informazione tecnica necessaria a utilizzarle. Questa informazione ha procurato a coloro che la possedevano armi perfezionate per asservire gli altri. Ha permesso loro di sfruttare la terra, mare e aria lasciando agli altri solo i rifiuti.

Henri Laborit   

Guardo. Sono abituato a guardare. A scegliere dettagli dentro ciò che rientra nel mio campo visivo. Poi rapidamente inquadro, stabilisco i parametri, scatto. Ma una cosa è guardare un paesaggio, un particolare architettonico, anche una folla, una band che suona, qualcuno che corre per strada. E altro è guardare qualcuno dritto in faccia. Guardare occhi che mi guardano e che tra un attimo fotograferò.

L'emozione è così forte che la macchina fotografica diventa qualcos'altro. Diventa una punta che tenta di rompere un muro di istintiva diffidenza; diventa uno specchio che riflette all'altro il mio desiderio di comprenderlo e il mio bisogno di essere compreso da lui; diventa un pennarello che lo disegna, che disegnerà non lui com'è esattamente, ma il modo in cui io lo vedo.


Dal nostro reciproco guardarci nasce un'energia particolare, una scarica elettrica che per un attimo diventa tangibile, come se davvero ci stessimo parlando: non solo con gli occhi.

Non ho viaggiato in giro per il mondo tra guerre, genocidi e carestie, ma ho visto la miseria, la disperazione e il coraggio di povera gente capace di inventarsi un futuro passo dopo passo, giorno dopo giorno. Dal rumore di un legno battuto su un barattolo di latta ho visto nascere un'allegria capace di contagiare chiunque capitasse a tiro d'orecchio.

Credo che un fotografo dovrebbe avere il coraggio di fotografare anche tutto quello che siamo abituati a considerare scomodo oppure "sconveniente": un barbone che ha trovato rifugio dentro una pila di cartoni per strada, un paria addormentato in mezzo agli escrementi, un corpo straziato da una mina antiuomo, una baby-prostituta in compagnia di un vecchio laido.
Ma al tempo stesso credo anche che quel fotografo dovrebbe avere la forza e l'intelligenza di fermarsi un attimo prima. Un attimo prima di fotografare qualsiasi essere vivente che un improvviso sputo di luce lo possa trasformare in un'immagine crudamente statica e a suo modo ferocemente eterna, depredandolo anche di quell'ultimo briciolo di dignità del proprio sguardo.

Non è facile trovare un nesso tra la voglia di raccontare sguardi, il nostro stesso guardare e la vita, la vita della gente.
Gente che la grande accelerazione di rotazione della terra avvicina e allontana di continuo. In fondo noi abbiamo sempre in tasca un alibi, una giustificazione.

Un rassicurante biglietto di ritorno alle nostre case:confortevoli, occidentali, blindate, dentro un mondo che non ci appartiene, che è sempre più alienante, che rifiutiamo ma al quale restiamo attaccati per succhiare, e che a sua volta ci succhia fino all'osso.
Domani, che forse è già oggi, saremo viaggiatori senza avere mai viaggiato. Oggi il mio biglietto sarà di sola andata. Io mi fermo davanti a questi sguardi. Sguardi che voglio raccontare e che raccontano anche la mia dolorosa, irrequieta insofferenza.

Graziano Bartolini     

 


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