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Ho iniziato a guardare il mondo come tutti gli esseri
viventi, per conoscerlo, capirlo, imparare a decifrarlo,
da quando ho aperto gli occhi.
Prima il mondo delle quattro mura di casa, poi quello
appena fuori. Ora, da molti anni è un viaggio infinito,
immaginato, immaginario e reale. Uomini e donne e libri,
e storie. Strade, e montagne. Un deserto ed un mare,
dentro e fuori, da attraversare, esplorare. Un accumulo
di ricordi e voglia di continuare ad inseguire il mio
orizzonte.
Con i consigli di mia nonna Ida sempre presenti, da
quando avevo sei o sette anni…..
La terra appartiene a tutti quelli che ci vivono.
E' tonda e i suoi confini sono i confini dello spazio
che essa occupa nel sistema solare. Non ha muri divisori,
proprietà private, sbarramenti, cancellate. La materia
e l'energia che racchiude sono state finora solo di
chi era capace di creare l'informazione tecnica necessaria
a utilizzarle. Questa informazione ha procurato a coloro
che la possedevano armi perfezionate per asservire gli
altri. Ha permesso loro di sfruttare la terra, mare
e aria lasciando agli altri solo i rifiuti.
Henri
Laborit
Guardo.
Sono abituato a guardare. A scegliere dettagli dentro
ciò che rientra nel mio campo visivo. Poi rapidamente
inquadro, stabilisco i parametri, scatto. Ma una cosa
è guardare un paesaggio, un particolare architettonico,
anche una folla, una band che suona, qualcuno che corre
per strada. E altro è guardare qualcuno dritto in faccia.
Guardare occhi che mi guardano e che tra un attimo fotograferò.
L'emozione è così forte che la macchina fotografica diventa
qualcos'altro. Diventa una punta che tenta di rompere
un muro di istintiva diffidenza; diventa uno specchio
che riflette all'altro il mio desiderio di comprenderlo
e il mio bisogno di essere compreso da lui; diventa un
pennarello che lo disegna, che disegnerà non lui com'è
esattamente, ma il modo in cui io lo vedo.
Dal
nostro reciproco guardarci nasce un'energia particolare,
una scarica elettrica che per un attimo diventa tangibile,
come se davvero ci stessimo parlando: non solo con gli
occhi.
Non ho viaggiato in giro per il mondo tra guerre, genocidi
e carestie, ma ho visto la miseria, la disperazione e
il coraggio di povera gente capace di inventarsi un futuro
passo dopo passo, giorno dopo giorno. Dal rumore di un
legno battuto su un barattolo di latta ho visto nascere
un'allegria capace di contagiare chiunque capitasse a
tiro d'orecchio.
Credo che un fotografo dovrebbe avere il coraggio di fotografare
anche tutto quello che siamo abituati a considerare scomodo
oppure "sconveniente": un barbone che ha trovato rifugio
dentro una pila di cartoni per strada, un paria addormentato
in mezzo agli escrementi, un corpo straziato da una mina
antiuomo, una baby-prostituta in compagnia di un vecchio
laido.
Ma al tempo stesso credo anche che quel fotografo dovrebbe
avere la forza e l'intelligenza di fermarsi un attimo
prima. Un attimo prima di fotografare qualsiasi essere
vivente che un improvviso sputo di luce lo possa trasformare
in un'immagine crudamente statica e a suo modo ferocemente
eterna, depredandolo anche di quell'ultimo briciolo di
dignità del proprio sguardo.
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Non
è facile trovare un nesso tra la voglia di raccontare
sguardi, il nostro stesso guardare e la vita, la
vita della gente.
Gente che la grande accelerazione di rotazione della
terra avvicina e allontana di continuo. In fondo
noi abbiamo sempre in tasca un alibi, una giustificazione.
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Un rassicurante biglietto di ritorno alle nostre case:confortevoli,
occidentali, blindate, dentro un mondo che non ci appartiene,
che è sempre più alienante, che rifiutiamo ma al quale
restiamo attaccati per succhiare, e che a sua volta
ci succhia fino all'osso.
Domani, che forse è già oggi, saremo viaggiatori senza
avere mai viaggiato. Oggi il mio biglietto sarà di sola
andata. Io mi fermo davanti a questi sguardi. Sguardi
che voglio raccontare e che raccontano anche la mia
dolorosa, irrequieta insofferenza.
Graziano
Bartolini
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