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Rocco Minasi

Nato a Napoli nel 1959 - e, nonostante tutto, si vede - Rocco Minasi si è laureato in lettere moderne nel 1985 presso l'Università "Federico II", con una tesi storica sul mercato degli affitti nella sua città nella seconda metà dell'Ottocento.
Trasferitosi, per motivi personali poi sfumati (che hanno però prodotto una bella figlia), in Romagna vi esercita - con buona dose di ingenua ironia - il mestiere di docente nelle scuole superiori nonché quello di giornalista pubblicista (attualmente su "Settesere" di Faenza). Vi ha trovato qualche bella amicizia, un paesaggio talvolta accattivante e la possibilità di iniziare a mettere a frutto certe sue passioncelle:
ha pubblicato un libro di poesie e brevi prose ("L'istinto impareggiabile", Edit Faenza 1998), qualche introduzione a lavori di altri autori, vari testi su riviste ed antologie (l'ultima testimonia la partecipazione al premio internazionale "Il Molinello" di Rapolano Terme - Siena, "Voci dell'anima", 2001) e si appresta a fare altrettanto con generi anche del tutto diversi. E' membro della Società di Studi Romagnoli, e - dimenticavamo - non ha ancora deciso cosa farà da grande: chissà, potrebbe anche essere altrove…
                     

A Roberta

E’ la nebbia a posarsi sui fiori
a distendere un velo sul mondo
mentre penso instancabilmente a te
che non chiamo passato o futuro
Non riesco che a darti un altro nome:
sempre

2000

 

LA VECCHIA E LA BAMBINA

Queste parole sono un gesto d’amore per Valentina,
e un ricordo – indiretto – della sua nonna.

La teneva per mano, quand’era piccola.
            La portava laggiù nel giardino a passeggiare, paziente, prudente e testarda. Resisteva quando la bambina tirava per andare più in fretta.
            Le preparava da mangiare, la cambiava; l’accudiva.
            Poi la bambina diventò grande, autonoma, sempre più libera, sempre più sé: da allora non ci fu tanto bisogno di quella mano.
            Il tempo passava, e la vecchiaia avanzava. Chi ne fosse stato capace, nella stretta sempre più debole di quella mano avrebbe sentito il respiro di un monumento vivente, di una storia non ancora nascosta nei libri: un’esperienza irripetibile, un io che, ora, sembrava quasi inutile.
            I ruoli si erano invertiti: stavolta era una ragazza bionda e bellissima a porgere la mano, per aiutare, per le scale o giù in giardino.
            Quest’aiuto, però, non riusciva a far scomparire una sensazione sgradevole: il peso di qualcosa che stancava, che ormai non lasciava il tempo e la possibilità di tenersi per mano. Gli occhi che, un giorno, avevano guardato con mite forza quelli freschi e curiosi della bambina erano più velati.
            Una brutta mattina cadde: nessuna mano avrebbe potuto aiutarla. Volò via – strana cosa: volava cadendo - là dove sarebbe tornata più leggera, com’era stata tanti anni fa. Quando la mano era una promessa d’amore, d’amicizia, o il calore della protezione per una bambina bionda.

2000




IL PALAZZO SPADA DI ROMA

(dal settimanale “Settesere” – Faenza, 24/3/2001)

Corre l’anno 1594: a Brisighella, nella Pieve di San Giovanni Battista in Ottavo – detta popolarmente del Thò – si celebra il battesimo di uno dei figli di Paolo Spada, l’uomo più ricco di Romagna. Nato a Zattaglia da una famiglia immigrata dall’Umbria in seguito alle violente dispute dell’età comunale, quest’ultimo è riuscito – grazie alle grandi doti ed alla mancanza di scrupoli in campo economico – ad accumulare un grande patrimonio: dalla seconda moglie, Daria Albicini di Forlì, ha avuto il piccolo Bernardino, protagonista della cerimonia. Egli non conosce ancora, ovviamente, il suo destino: dovrà seguire la carriera ecclesiastica, cercando di coronare a Roma le fortune della famiglia, in uno Stato ed in un tempo nel quale non ci si può dichiarare veramente potenti se non si ha un proprio rappresentante nel collegio dei successori degli Apostoli.

                 


Il cardinale Spada – Nel 1626 le trame dell’ormai anziano padre si avverano: dopo anni di ottimi servizi resi – persino come nunzio a Parigi, alla corte di Luigi XIII e di Richelieu – al clan dei Barberini, che in quegli anni domina Roma, il papa Urbano VIII nomina Bernardino Spada cardinale, a soli trentadue anni. Poco dopo, diventato legato a Bologna, trova il modo di celebrare la propria grandezza facendosi dipingere da Guido Reni – esponente di punta del classicismo emiliano - uno splendido ritratto: l’aria giovanile, il fisico non alto, leggermente tarchiato ma comunque imponente nella veste rossa, il folto pizzo nero tipicamente seicentesco e lo sguardo semisocchiuso, azzurro e sereno, rivelano una personalità decisa, ma nello stesso tempo quasi gelida, calcolatrice e controllata. Vuole apparire attivo, colto, attento: sta scrivendo una lettera.
Nella sua esperienza di legato a Bologna cercherà di organizzare al meglio le cose durante la terribile peste - quella “manzoniana” - del 1630, mentre il suo colegato cardinale Barberini, nipote del papa, fugge terrorizzato dalla città. Tornato a Roma, ricopre altre importanti cariche, in seno all’Inquisizione e al collegio di Propaganda Fide, come vescovo di Tuscolo e di Palestrina. La caduta dei Barberini con l’elezione di Innocenzo X Pamphili, nel 1644, non lo coglie alla sprovvista: si è defilato in tempo, ed è pronto a lasciare spazio al fratello minore Virgilio, che riesce a diventare elemosiniere del nuovo papa. Muore nel 1661, avendo ormai assicurato un posto dignitoso nella storia alla sua stirpe: è sepolto definitivamente, dopo qualche tempo, nella cappella Spada nella Chiesa Nuova dei Filippini.
Il palazzo di Roma –Nel linguaggio socio-politico del Seicento, uno degli atti più importanti ed imprescindibili per un nuovo cardinale che intende affermare la gloria della sua casata è l’erezione - o quantomeno l’acquisto e la ristrutturazione – di un palazzo nel cuore della città eterna. Bernardino Spada non intende affatto sfuggire a questa regola: acquista infatti palazzo Capodiferro ai Pettinari, non lontano dall’imponente dimora dei Farnese. La ricca facciata cinquecentesca con stucchi e statue di eroi romani spicca nella piccola piazza che precede l’edificio, anch’essa con la sua bella fontana come la vicina, grande piazza farnesiana. Dietro le mura del bel cortile luminoso dai riflessi sabbiosi, ornate di altre statue di divinità, da stemmi e maschere di satiri si nascondono le sorprese della ristrutturazione voluta dal brisighellese. La prima è qui, sulla sinistra, dietro la vetrata della biblioteca: la galleria prospettica del Borromini. Nove metri reali di colonne tuscaniche e volte a botte che diventano, all’occhio, una trentina, per una di quelle illusioni così care alla sensibilità barocca, attraverso artifici come il pavimento in salita, le pareti convergenti, la volta in discesa, le colonne sempre più piccole e basse verso il fondo. Il grande architetto qui sembra dire che ci si può illudere con – e di – tutto, mentre il potente committente vuol dire che ogni realtà terrena è in effetti pura illusione. L’interno dell’edificio, con il suggestivo giardino degli aranci dove ancora fervono lavori di restauro, è occupato parte dalla Galleria con le collezioni, mirabilmente intatte, del cardinale, e parte dalle ricche sale del piano nobile, occupate dal Consiglio di Stato della Repubblica Italiana. Fra queste ultime ci piace ricordare il fantastico salone delle Adunanze Generali, affrescato – guardacaso – dai bolognesi Mitelli e Colonna con altre illusioni, le belle prospettive architettoniche che nessuno meglio di loro sapeva fare: e con l’antica statua di Pompeo trovata nel Cinquecento nei pressi.

I quadri del cardinale – Nella Galleria, più sopra, sembra che il tempo si sia fermato: pavimenti originali, lucidi e ben tenuti, la tersa luminosità che entra dalle grandi finestre ad illuminare la mobilia antica e le pareti, letteralmente ricoperte – come si usava nelle collezioni di allora – di quadri e quadretti. Autori celebri e meno celebri, in quattro sale dove Bologna e la Romagna - fra un Reni, un Domenichino, un Passerotti, un Mastelletta, un Parmigianino, un Guercino, un Dal Sole, una Lavinia Fontana ed un anonimo romagnolo – sembrano occupare buona parte dei pensieri, o quantomeno dei ricordi, del porporato. Non mancano antichità romane, opere di pittori di altre capitali, curiosità, come i due enormi mappamondi – celeste e terrestre, dove manca tutta l’Oceania non ancora scoperta – ed altra oggettistica. Ma per noi – questione di gusti – il più bel quadro è forse un piccolo paesaggio di Brueghel il Vecchio (anche i fiamminghi hanno un loro spazio), nel suo stile nitido, con alcuni mulini a vento su collinette brulle, viandanti, carri di contadini ed in fondo un mare ed un cielo di un azzurro mirabile, fatto della stessa luce di questa Roma che ci piace immaginare – nonostante gli anni trascorsi – non troppo dissimile da quella che vedeva Bernardino.



Rocco Minasi



QUALCUNO

Si alzò a fatica a sedere sul letto, gli occhi impastati. Accese la lampada, guardò l’ora: le due meno dieci. Aveva fatto uno strano sogno, poi si era svegliato: gli accadeva spesso, in certi periodi, e dopo faceva fatica a riaddormentarsi subito. Guardò verso le imposte socchiuse: non c’era luna, quella notte. Avvertì un forte senso di assenza. Gli mancava qualcuno, o qualcosa; non sapeva bene chi, ma credeva di sapere bene cosa. Gli ritornò in mente un brano ascoltato la sera prima:

in principio era la neve
non è stata colpa mia
siamo andati in culo al mondo
e ci sei caduto dentro
e ci son venuta anch’io
che mi son venduta a Dio
per non esserti lontano
in un giorno disumano
ora che te ne vai
e ti amo da lontano
in un giorno disumano

Gli ritornarono in mente – era facile, in quel momento – altri avvenimenti. In un giorno disumano, e nella relativa notte qualcuno, da qualche parte nel mondo, stava combattendo per qualche motivo. Qualcuno, in Europa, stava lanciando missili da fantascienza non in cielo, fra le stelle, per conoscere, ma verso terra, per ben altri motivi.
Qualcuno si era preso la responsabilità di dare quest’ordine, e qualcun altro quella di replicare. Qualcun altro ancora quella di minacciare apocalissi mondiali.
Qualcuno, obbedendo agli ordini, volava e sparava; in caso di errore qualcuno, con gusto noir tutto britannico, parlava di indesiderati effetti collaterali. Qualcun altro, più tragicamente artigianale, sparava direttamente da terra, con tutti i mezzi possibili, dalla contraerea al kalashnikov.
In questo caso, i bersagli non erano solo gli aerei nemici, ma soprattutto uomini visti, o sentiti, fino al giorno prima come vicini forse scomodi.
Qualcuno uccideva, faceva stragi. Qualcun altro bruciava case, cacciava via vecchi, donne, bambini anche piccolissimi, handicappati da far portare a spalle per decine e decine di chilometri.
Qualcuno degli innocenti moriva di stento, di fame. Qualcun altro – soprattutto i più piccoli – ricavava impressioni che gli avrebbero comunque cambiato la vita, anche sopravvivendo.
Qualcuno decideva di aiutare gli sventurati, ed altri, anche coraggiosamente, esercitavano il loro mestiere informando, come possibile, su quanto accadeva. Fra questi ultimi, talvolta, erano confuse persone poco dignitose che – con la scusa dell’informazione – facevano spettacolo sui cadaveri, sul dolore, sulle emozioni, sullo sguardo disperso dei bambini. O, peggio ancora, facevano propaganda politica.
Più vicino, c’era chi si interessava a quest’orrore e chi se ne fregava. Qualcuno ci speculava sopra; qualche altro si preoccupava solo di scaricare la propria limitatezza mentale o il proprio insuccesso su qualcuno, di non avere altri extracomunitari per le strade.
In quel caso, agiva la stessa mentalità etnica: non si trattava di uomini, abitanti del pianeta Terra, ma di extracomunitari, albanesi, marocchini, meridionali, negri, serbi, eccetera. Perché non parlare di froci, puttane, viados, anarchici, artisti, stravaganti, divorziati, drogati e lesbiche, nonché di molte altre categorie? Tutte fuori dall’ordine.
Insomma, qualcuno si interessava, si commuoveva, portava in qualche modo aiuto; qualcun altro usava la politica del bastone, o uccideva a sangue freddo. O se ne fregava: tanto non capisco niente di politica, tanto in discoteca ci vado lo stesso.
E lui? Lui, che pensava a queste cose?
Si chiedeva perché l’uomo fosse fatto così, e che cosa fosse veramente. Ed era furioso, perché gli sembrava di essere quasi impotente, e perché, con queste atmosfere assurde e funeste, ci stavano rubando il Duemila. Il presunto nuovo secolo, il presunto nuovo millennio, l’epoca dell’odissea nello spazio: la speranza di un mondo finalmente migliore, almeno un po’. In quel momento esso sembrava simile al peggior incubo neogotico.
Si guardò attorno. Si alzò, aprì un cassetto. Prese un minialbum di fotografie, e lo sfogliò lentamente: dentro c’erano dei paesaggi, dei monumenti, delle immagini di una bambina dolcissima e di una splendida amica. In questo momento – pensò – chissà nel mondo quanta gente sta facendo l’amore.
Decise di tornare lentamente a letto, chiedendosi ancora se c’era una risposta: forse era laggiù, da qualche parte, nel silenzio della notte.

1999

 

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