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La Habana como un Chevroler


LA HABANA COMO UN CHEVROLET

(Arci Cesena, 1999)

formato cm. 32 x 30; 108 pagine;
76 foto b/n tricromia;
presentazione di Alberto Korda e Rufino Del Valle Valdés;
testi di Danilo Manera, Raffaele Paloscia, Liber Arce Matos, Nino Marcellino.

Ho realizzato le immagini raccolte in questo libro dal gennaio 1997 al febbraio 1999. Questo camino habanero, vuole essere soprattutto un omaggio ai quartieri di Centro Habana, quelli che ancora non hanno perso la loro identità e umanità, nonostante le difficili condizioni di vita esistenti ancora in diversi isolati. Sono ancora l’esempio dell’operosità, dell’inventare, trasformare, riciclare, condividere, fraternizzare. Il libro, è arricchito dai testi preziosi di Liber Arce Matos, Danilo Manera, Nino Marcellino, Faffaele Paloscia.

                

          

Alcuni brani tratti dal libro

L’AVANA COME UNA CHEVROLET
L’avana è una moda. Come una vecchia Chevrolet degli anni ’50.

…Una moda che rispecchia l’immagine esteriore della realtà dell’Avana, non necessariamente veritiera. In un recente articolo pubblicato da una rivista nordamericana si legge che una Chevrolet del ’53, per gli standard dell’Avana, è una macchina molto ambita, quasi chic. Tale opinione è significativa, poiché è una percezione dell’Avana molto lontana dalla realtà, sia dall’esterno che dall’interno: l’autore assume gli standard della città come propri, ma essi, in questo caso, rappresentano la visione dello straniero. Una Chevy del ’53 è, di fatto, per gli habaneros, l’ultima opzione e perfino le Lada sovietiche sono preferite. Non è, come si potrebbe pensare, un oggetto estetico di rara bellezza, ma un’auto poco confortevole e lenta, una tortura obbligata dalla necessità, dalla quale si scende con l’odore di benzina sulla pelle e sui vestiti. Non è il simbolo romantico di una epoca precedente, ma il segno inequivocabile di un presente congelato e sofferto. Perché L’Avana potrà essere una moda -il che equivale a vivere la città dal di fuori - ma vivere L’Avana dal di dentro -essere habanero - è un altro paio di maniche. Come, ad esempio che la moda nel bene e nel male un giorno passerà, come sono passate le mode di altre epoche, e sarà sostituita da qualche nuova sensazionale scoperta. E allora ci si chiederà se abbiamo approfittato abbastanza di quella circostanza, come Miami Beach ha con la sua zona Art Déco tinteggiata con tonalità pastello in una serie TV. Oppure se quella moda avrà annichilito la città, sostituendola con una scenografia per turisti. Se infine, non avremo fatto nulla di buono e dovremo ancora aspettare altri trenta anni fino ad arrivare, per uno dei tanti retorici capricci della dialettica, ad un revival del revival, per scoprire allora la riscoperta dell’Avana e delle sue e vecchie e scalcinate Chevrolet. Se ancora vi saranno mode, Chevrolet e città…
Liber Arce Matos.

                  

     

La Habana como un Chevrolet (español)

La Habana es una moda. Coma un viejo automóvil de los ’50.
Una moda que se corrisponde con una imagen externa de la realidad habanera, no necesariamente verídica. En un articulo de reciente publicación, por una revista norteamericana se lee que un Chevrolet del ’53, según los estándares de La Habana, es un vehículo codiciado, casi chic. Tal planteamiento es muy elocuente en relación a lo distante de la percepción de La Habana desde dentro y desde fuera: el autor asume los estándares de la ciudad por los suyos propios- que en este caso representan la visión del outsider. De hecho, un Chevy del 53 es, para los habaneros, la última cartade la baraja- incluso aventajados por los Ladas soviéticos. No es, como pudiera pensarse, un objecto estético de extaña bellezza, sino más bien un vehículo poco confortable y lento, una tortura condicionada por la necesidad, de la cual uno de baja con olor a gasolina impregnado en la piel y en las ropas. No es el símbolo  romántico de una época anterior, sino el signo inequívoco de un presente congelado y azaroso.

Porque La Habana podrá ser una moda –ello equivale a vivirla desde afuera-, pero vivir realmente La Habana desde adentro –ser habanero- es harina de otro costal.
Si no se puede comprender esto, no se podrá comprender nada más.

Como, per ejemplo, que la moda, para bien o para mal, pasará algún día, como tantas otras en tantos otros momentos. Será sustituida por algún nuevo hallazgo sensacionalista. Y entonces nos preguntaremos si hemos sacado provecho de esta circunstancia, como Miami Beach lo hizo de su zona Art Déco coloreada en tonos pasteles en un serial de televisión. O si la propia moda habrá aniquilado la ciudad, sustituida ésta por una escenografia para tendremos que esperar, en cambio, otros treinta años hasta que, lleguemos al revival del revival, y se redescubra entonces el redescubrimiento de La Habana y sus viejos y gastados Chevrolets. Si es que entonces aún existen modas, Chevrolets y ciudad.


L’HABANIDAD E IL MARE
Certamente L’Avana è habanidad*. Ed è uno stile di vita; uno stile che si traduce in un modello di riferimento per la città basato, precisamente, sull’assenza di modelli. Non c’è sicuramente in tutta L’Avana una zona disegnata più a misura dell’habanero -e della sua assenza di modelli- che Centro Avana; quella zona che senza dubbio è autenticamente habanera; così avanera che oserei affermare incarni il pittoresco spirito dell’Avana della prima metà del Novecento. Quella del complimento alle donne, della bancarella dei cinesi, del mambo di Pérez Prado, del cha-cha-cha di Jorrín, della bodega* dell’angolo con il juke-box, del gioco dei bussolotti e del gallego* (oramai scomparsi), e quella della mulatta che si pavoneggia come un pesce fuor d’acqua (quest’ultima ben viva e vegeta). E che riassume anche l’essenza dell’Avana odierna. Dico questo e penso all’esattezza ergonometrica del tracciato delle sue vie larghe nove metri, la misura perfetta per mantenere una conversazione con un vicino da balcone a balcone. O all’altezza degli edifici, né troppo alti, né troppo bassi, adeguata per permettere di modulare il timbro di voce e dalla strada gridare chiamando qualcuno, o per mandare giù una borsa appesa ad una corda e raccogliere la spesa. Oppure a quelle immense porte e finestre, sempre aperte e spalancate alla brezza e alle vedute, che permettono di frugare negli interni della vita domestica altrui, perché il cubano è tanto estroverso quanto ficcanaso. Il tutto si completa con la meravigliosa acustica dei patinejos*, che trasmettono il suono da un piano all’altro, da una casa all’altra, da orecchio a orecchio, sempre con una fedeltà invidiabile persino dall’alta tecnologia. Non c’è nulla che separi tanto, e allo stesso tempo unisca di più, che una parete divisoria avanera: e forse per questo in Centro Avana la discrezione è qualcosa di sconosciuto. Tutta Centro Avana traspira della propria habanidad. Senza dubbio ciò si apprezza nell’appropriazione popolare dell’ambiente urbano, che non è una “espropriazione sociale” della città, ma una “espropriazione generazionale”, in cui le nuove generazioni, condizionate dalle circostanze, modificando significati e modelli in uso ne hanno creato di nuovi per un’immagine nuova ed insolita, benché incredibilmente habanera. Ma questo si percepisce soprattutto di fronte al mare. Se tutte le strade portano a Roma, all’Avana tutte le strade portano al mare. Il mare è parte indissolubile della città: è habanidad. E se all’Avana c’è una zona che vive in stretta relazione con il mare, quella è Centro Avana; il mare compare sempre alla fine di una via, lontano e irraggiungibile, chiudendo quelle prospettive sempre aperte, incorniciate dalle linee di fuga dei balconi e dei pali elettrici.
                                                                                            Liber Arce Matos

*(habanidad: gioco di parole fra Avana e vanità)
*(bodega: negozio di generi alimentari)
*(gallego: di solito i proprietari delle bodegas erano di provenienza gallega, cioè della Galizia, regione del nord ovest della Spagna)
*(patinejos: minuscolo cortile interno dei palazzi di città)


        

LA HABANIDAD Y EL MAR (español)

Ciertamente La Habana es habanidad. Y es un estilo de vida; un estilo que se traduce en patrones de uso de la ciudad basados, precisamente, en la ausencia de patrones. Como cierto es también que no hay en toda La Habana una parte diseñada más a la medida del habanero –y su ausencia de patrones- que Centro Habana, esa zona que es, sin dudas, genuinamente habanera; tan habanera que me atrevería a afirmar que encarna el espíritu pintoresco de La Habana de la primera midad del siglo XX: la del dicharacho, el puesto de chinos, el mambo de Pérez Prado, el cha-cha-cha de Jorrín, la bodega en la esquina con vitrola, juego de cubilete y gallego, (hoy desaparecidos), y la mulata pavoneándose como pez en el agua (ésta última vivita y coleando). Y que resume también la esencia de La Habana de hoy.

Digo esto y pienso en la exactitud ergonométrica del trazado de sus calles de nueve metros, la medida perfecta para sostener una conversación con un vecino de balcón a balcón. O en la altura de sus edificaciones, ni muy alta ni muy baja, justa para graduar el metal de voz y llamar a gritos a alguien desde abajo, o para poder lanzar una bolsa colgada de un cordel y recoger las compras. O en esas inmensas puertas y ventanas, siempre abiertas de par en par a la brisa y las visuales que permiten hurgar en los interiores de la vida domestíca – que el cubano es tan extrovertido como entrometido-, lo que es complementado por la maravilla acústica de los patinejos que trasmiten el sonido de piso en piso, de casa en casa, de oído en oído, con una fidelidad envidiable hasta por la alta tecnología –no hay nada que separe tanto y a la vez unifique más que una pared medianera habanera, y tal vez por eso en Centro Habana la discreción sea algo imposible.

O en la calle que, a falta de espacios públicos, se ha convertido en un gran espacio público, fenómeno que de mediterráneo ha pasado a ser habanero: las aceras, de por sí estrechas para caminar, al devenir espacios de estar han expulsado al transeúnte hacia la calle, incapaz de sortear tantas mesas, sillas o simplemente gente sentada en los “quicios” de aceras y casas. Las calles quedan entonces reservadas para, en una victoria peatonal sobre el vehículo, caminar, caminar, habaneramente, con esa tipica cadencia que presume poseer todo el tiempo del mundo, como en paseos interminables, sólo interrrumpidos en alguna que otra esquina que, en la nueva planificación aspacio-funcional de la calle, les hayan sido reservadas a los niños para jugar al baseball.

Toda Centro Habana transpira su propia habanidad. Se aprecia, sin dudas, en la apropiación polupar del medio urbano –no la “expropiación” social de la ciudad, sino una “expropiación” generacional-, en la que los nuevas generaciones, condicionadas por las circunstancias, al trastocar los significados y patrones de uso, han creado nuevos significados, patrones y, por tanto, una nueva e insólita imagen, aunque increíblemente habanera. Pero se siente, sobre todo, en el mar. Si todos los caminos conducen a Roma, en La Habana todas las calles conducen al mar. El mar es parte indisoluble de la ciudad: es habanidad. Y si una zona de La Habana tiene una relación estrecha con el mar, es Centro Habana: el mar siempre aparece al final de una calle, lejano e inalcanzable, cerrando esas perspectivas siepre abiertas, enmarcadas por las fugas de balcones y los postes de electricidad.

Y pienso entonces que para ellos y para nosotros, al decir de Mario Coyula “víctimas y verdugos de esta ciudad”, siempre habrá Habana. Em parte, porque nos la merecemos. Y en parte porque de otro modo no podría ser. Es una certitud que se intuye. Como la certeza del mar que aguarda al final de cada calle. Ese mar aun nuestro que, a veces calmo, a ratos con furia, bordea y encierra nuestra ciudad abriendo el horizonte. Y que es La Habana y es, en defininiva, nosotros.

A pesar de la indolencia y de las modas.
Ya lo decia Virgilio Piñera, poeta cubano, en estos versos:*
“Bajo la lluvia, bajo el olor, bajo todo lo que es una realidad
un pueblo se hace y se deshace dejando testimonios
haciendo leves saludos, enseñando los dientes, golpeando sus riñones
un pueblo desciende resuelto en grandes postas de abono
sintiendo como el agua lo rodea por todas partes.
Más abajo, más abajo, y le mar picando en sus espaldas
un pueblo permanece junto a su bestia a la hora de partir
aullando en el mar, devorando frutas, sacrificando animales
siempre más abajo, hasta saber el peso de su isla.
El peso de una isla en le amor de un pueblo.”
Liber Arce Matos,
Arquitecto cubano del C.I.D.I.C.

(* La isla en peso, Virgilio Piñera 1943)

 

ESSERE NON AVENDO
Immagini reali dell’Avana trasmillennio Sebbene con gli innumerevoli problemi irrisolti, ma forse come del resto in tutte le città del mondo piccole o grandi che siano, L’Avana è forse il luogo emblematico dove i rapporti umani si sono mantenuti più forti che altrove, almeno fino ad ora, ad onta dei grandi mutamenti mondiali dati dal “progresso”.
Scoprendo L’Avana ci meravigliamo e rimaniamo perplessi nel vedere come in questa città possano ancora funzionare automobili e oggetti d’uso degli anni ’50, ma ci dimentichiamo che quelli erano gli anni in cui ancora l’industrial design applicato alla produzione concepiva l’oggetto in funzione della massima durata e non del massimo consumo. La maggior parte degli edifici eclettici del centro di questa città, che si sorregge sfidando qualsiasi legge di gravità, lasciano ormai intravedere, quasi immaginare le decorazioni delle loro facciate: paraste, frontoni e cariatidi mostrando un volto grinzoso, senza trucco. Ma ciò che si percepisce camminando per le strade è l’intensità della vita che trascorre dentro e fuori di essi, in una dimensione quotidiana poco “metropolitana”, quasi “paesana”. Ogni calle ha la sua storia e i suoi personaggi, famosi e non, passati e presenti. Come in ogni edificio e ogni quadra. Palazzi e strade insieme per l’uso degli abitanti, complice il clima tropicale, DI FATTO appartengono agli habaneros. E’ la necessità di questo senso di appartenenza, (propria dell’uomo), riconquistato dopo i conquistadores che dà come risultato questa società che, solo dopo essere tale è una città. Una città non opulenta ma viva, che ha saputo riappropriarsi della sua identità e sta lottando per difenderla. L’identità che traspare negli sguardi attenti e curiosi dei suoi bambini,mal vestiti, a volte mal nutriti, che del mondo conoscono poco, forse solo la preziosa arte di arrangiarsi. Un’identità riacquistata a caro prezzo dalle popolazioni tratte lì da mezzo mondo mezzo millennio fa, la stessa definitivamente cancellata in altri paesi.
Questa città che la storia così ci consegna, va avanti tra stanche pedalate in bicicletta e fumo di carburanti mal bruciati e… sembra un enorme laboratorio sperimentale dove imparare a non percorrere vicoli ciechi in nome del “progresso” iniziando dal capire come si ricarica un accendino, come un ferro da stiro vecchio si può trasformare in una pressa per gommista o, che un mattone di un vecchio edificio crollato non ha cessato la sua funzione. Tutto questo però gli habaneros sembrano saperlo da un pezzo, ma non hanno saputo dircelo o non li abbiamo ascoltati attentamente.

La curiosità è che guardando L’Avana dall’esterno può sembrarci inconcepibile e impossibile da vivere, ma vivendoci ci rendiamo conto che forse inconcepibile e impossibile è altro.
Nino Marcellino

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