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Foro Annonario


Foro Annonario

(Arci Cesena, 2002)

Foro Annonario il mercato coperto di Cesena
formato cm. 29 x 23; 58 pagine;
46 foto b/n bicromia, più 375 mini ritratti;
presentazione Giordano Conti;
testi dell'autore e Rocco Minasi;

            Visto attraverso le antiche foto, il quadriportico sembra più grande di quello che probabilmente era: arioso, armonico, respirante una solida, sostanziosa – mi si consenta l’ossimoro – nobiltà borghese. La fontana al centro, dall’aspetto pratico ed insieme ammiccante datole da un moderato classicismo, doveva far sentire solo raramente, nei momenti più prossimi alla chiusura, il chiacchiericcio simpatico, poetico, delicato del leggero scorrere dell’acqua.
            Nelle ore di massima animazione questo doveva essere soffocato, ne sono certo, dal brusìo e dalle voci di venditori e compratori. Ma quanto doveva essere diverso, anche il resto, da oggi: in quelle immagini, fissate un giorno, per sempre e per caso, compaiono grosse e piccole ceste, brevi scanni di legno, un casotto – chissà che uso aveva – dello stesso materiale, e fra le merci esposte un bel mucchietto di castagne, erba cipollina, legumi, qualche verdura, in mezzo alle gonne fruscianti ed ai grembiuli. Un ragazzo con la coppola in testa guarda con sfrontatezza curiosa, da scugnizzo, l’obiettivo del fotografo. Nei pressi una vecchia contadina, dal profilo espressivo, anch’essa a capo coperto, è tutta concentrata nell’aprire un grosso fazzoletto a pois scuri su fondo chiaro. Chissà a cosa pensava: guardando lei e molti altri non si può non richiamarsi a quel mondo quotidiano fatto di fatiche, semplicità e privazioni, di rapporti comunque – quasi per forza di cose – schietti, di alzatacce e brevi viaggi che – senza alcuna facilitazione meccanica – sembrano chissà quanto lunghi, per esporre cose che oggi paiono davvero sussistenza elementare, per non dire povera.
            La serva – o la massaia, non so dirlo – nella penombra, anch’essa coperta da una stoffa scura, con davanti il suo grembiulone nero pure a pois, ha le mani occupate da due grosse sporte: niente da fare, anche per lei il tragitto fino a casa, carica com’è, non sarà una passeggiata di piacere, come non lo è stata il venire di venditori e venditrici. E in quell’altra giornata di sole il palco sul fondo, tutta quella gente con bandiere arrotolate e molti cappelli di paglia: da cosa sarà stata richiamata lì? Da quale avvenimento politico, ingiustizia sociale, questione nazionale o internazionale? Niente mercato, pare, quel giorno: il Foro Annonario in quei casi diventava piazza, a tutti gli effetti. Anche allora, ci scommetto, molti non si rendevano conto, presi dalle diuturne vicende della vita, che il tempo passa e cancella: o, quantomeno, trasforma.
            Come fa un vero fotografo, con l’ausilio di uno strumento così apparentemente freddo, a scoprire una realtà, a descriverla com’è meglio – ed in maniera più sintetica - di chiunque altro? Come fa ad interpretarla, o a fare invece che ciò che non è diventi, riuscendo così nell’arcana impresa del tradurre verità e sogno, assoluta obiettività e tendenziosa ammiccante unidirezionalità? E’ una delle domande (senza risposta) che mi sono posto sfogliando alcune delle tante immagini che Graziano Bartolini ha dedicato al tema dell’odierno Foro Annonario cesenate. In una, in particolare, mi è sembrato di leggere qualcosa che metteva in discussione, in parte smentendolo, l’assunto sul tempo che cancella: ma non ciò che riguarda la sua capacità di trasformazione.
             Là, sotto il portico ed in quell’angolo di piazza visto dal grande arco d’ingresso, in un qualunque sabato moderno, a saper guardare - è ovvio - molti particolari appartengono propriamente al nostro quotidiano: il pollicino che passa in fondo, le sporte di plastica, gli uomini con la spesa, il vestire diverso. Eppure Graziano – volutamente o per intuizione casuale – è riuscito a cogliere nell’equilibrio complessivo della scena, nella disposizione delle persone indaffarate o dialoganti, nella luce, insomma nell’atmosfera generale, un qualcosa che rimanda – altrettanto istintivamente – ad un senso di fluido e tranquillo divenire, di sostanziale continuità con un già lontano passato.
            Può darsi che siano semplicemente le permanenze funzionali, le abitudini, i gesti a fare – in questo caso – colore, a far pensare di reimmaginare i luoghi con una permanente attualità priva di fratture profonde: ma davanti a questa foto è bello provare a credere che, per un momento, le temps revient.    
               

         



  


         C’è poco da discutere: in questo mercato, i giovani sono davvero scarsi, pochissimi. Una madre con il bambino nel passeggino, qualche venditore e poc’altro. Per il resto, tutte persone mature, e spessissimo anziane.
            Non è questo il luogo per intavolare profonde discussioni economiche o sociologiche, che – ipotizzo – scandaglierebbero cose già dette: la grande distribuzione, con tutte le sue attrattive, i pregi ed i difetti, sta uccidendo lentamente, ed in alcune zone più che altrove, questo tipo di approccio. Al massimo, lo riduce a nicchia sotto sempre più stretto assedio, come in una guerra di alcuni secoli fa. A valutare certi dati, non è difficile immaginare chi possa essere il vincitore, anche se non è detta l’ultima parola: solo la penultima.
            Intanto, i visi che scandiscono maggiormente i ritmi del brutto capannone iperrazionalista sono quelli che hanno più storia personale dietro. Non è un male, da questo punto di vista: ne guadagna, almeno, la geografia umana di un posto così popolare, variegato ed esteticamente disgregato. C’è l’anziano dal profilo aquilino, ancora orgoglioso, che sembra possedere appieno la cura dei propri affari; quello che, la borsa della spesa in mano, fa crocchio con altri due: l’espressione, come quella di molti altri frequentatori, appartiene alla gente di campagna, anche se non ho a disposizione elementi statistico-numerici atti ad individuare l’autentico target del luogo…
            Qualche altro anziano sembra un po’ più malfermo, dimesso: uno, con il cappello ben calcato ed il cappotto pesante, borsa sotto braccio e qualche altro oggetto fra le mani, si mantiene ben ritto ma talvolta ha l’espressione di chi sembra farlo a fatica; poi c’è chi non è ancora del tutto anziano, ma fa da tempo parte, appieno, della geografia del Foro: fra una pulizia e l’altra, alza il bicchiere e brinda all’osservatore. Raccontando con la sua voce da matto quasi felliniano storie, esprimendo opinioni rigorosamente dialettali senza saperlo si trasforma in una sorta di genius loci, ciò che rimane di una lunga tradizione di genio e stentatezza. Il fatto è che, a guardarsi attorno, questo posto – per ora ancora vivo – trasmette sensazioni contrastanti: dal senso del passato irrimediabilmente perduto a quello dell’eterno presente nella continuità, alle perplessità nei confronti di un futuro per molti versi – e credo, in verità, necessariamente – da vedere altrove, in una dimensione diversa.
Non è possibile neanche negare che la grande maggioranza delle donne ritratte in primo piano siano, anch’esse, quantomeno mature. Del ritratto di anziana microvenditrice di fiori dall’espressione vagamente arcigna e sicura, coperta da un fazzoletto e non a caso vicino al pilastro su cui campeggia il manifestino “vacanze pensionati 2000”, risalta da un lato l’immediatezza con la quale l’autore ha colto – in quell’attimo – la particolarità di quella condizione umana, nei suoi aspetti forti come nell’intrinseca inevitabile fragilità. D’altro canto, sembra proprio vero che su un luogo come questo si può dire tutto ed il contrario di tutto, affermare, smentire e smentirsi: stavolta, ad esempio, pare che la differenza estetica fra un personaggio come quello raffigurato e le vecchie di fine Ottocento sia davvero molto labile…
            Un’altra donna, certo non molto più giovane, ha poggiato la spesa – caso raro, oggi – in buone vecchie sporte di plastica rigida, sagomata, non da “usa e getta”. Indossa un cappotto lungo e delle evidentissime scarpe da ginnastica, imprevedibile concessione ad un look contemporaneo; ha le mani grandi. Lo sguardo è robusto, senza concessioni, ma nel contempo un po’ stanco e nebuloso nella sua concentrazione.
            Molte di quelle che vediamo in giro, al Foro Annonario, sono così: donne dalla tempra robusta, in qualche modo antica. Forse questo è il posto più adatto per le loro faccende quotidiane.
            Ma in quale altra occasione, qui attorno, si possono ancora vedere impressionanti mostre di frutta e verdura come queste, colorate, ordinate nell’apparente confusione della ressa e dell’uso? Con un minimo di fantasia possono richiamare certi quadri di genere del Seicento. E dove trovi ancora filari di baccalà aperto, appesi uno sopra l’altro con indubbio analogo effetto quasi pittorico? Non certo nell’asetticità e nella studiata luminosità di un qualsiasi centro commerciale. Solo in un mercato come questo è possibile trovare ancora divertente un cartello con su scritto “baccalà acciughe arringhe”, pensando alle possibili riflessioni di un avvocato di passaggio.
            Attenzione, però: considerazioni come queste, pur rappresentando una concessione al pittoresco – che non credo sia un delitto – non devono far perdere di vista la sostanza più profonda delle cose, che sta in questa vibrante e scontrosa varia umanità. Un genere non semplice da osservare, da comprendere: forse, in questo caso, un genere in via d’estinzione.

Rocco Minasi          


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