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Bolivia
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Bolivia (febbraio 2002)
Non sarà il buco del culo del mondo, certo lo è dell’America Latina.
Te ne rendi conto appena prenoti il tuo biglietto aereo.
Dall’Europa non esistono voli diretti (fino al febbraio 2002 almeno);
se parliamo delle Ande, a quasi tutti viene quasi spontaneo citare
il Perù, il Cile. Poi forse, la Bolivia.
Qualcosa di più abbiamo saputo con la guerra dell’acqua di Cochabamba…..e
quella del gas quando anche in Europa si è parlato di questo martoriato
paese al quale lo sbocco al mare lo tolsero con una guerra alla
fine ‘800. Ma poco importa, per rifornire la California del Governatore
Terminator-Arnold, sia il Perù che il Cile si erano offerti, perché
il gasdotto arrivasse fino alle navi……
Poi indios aymará e quechua si sono rivoltati, il
presidente fantoccio De Losada è fuggito a casa (negli USA), ed
un referendum ha sancito che i boliviani sono sovrani del loro territorio
e le sue ricchezze (gas, acqua, minerali).
Io ovviamente,
non ho la pretesa di raccontarvi grandi cose, in primo luogo perché
l’ho visitata per la prima volta, nel mese di febbraio 2002, quindi
non ho dati ed esperienza sufficienti per potere essere esaustivo.
Devo dire che la Bolivia potrà essere un paese al quale vorrei dedicare
una buona parte del mio tempo nei prossimi anni.
Il carnevale
di Oruro, con la sua Diablada è l’omaggio alla Virgen
del Socavón, la Madonna delle Miniere.
Ovviamente,
visto che la Madonna rappresenta il bene, esiste perché c’è da chi
difendersi, da chi incarna in male e tutti gli aspetti negativi
della vita. Per questo, nella sfilata della Diablada, viene
fatto omaggio anche al Tio, lo zio, il diavolo, colui che
vive nelle viscere della terra al quale i minatori vanno a sottrarre
stagno, zinco, argento.
Nell’ultimo
giorno del carnevale, il nostro martedì grasso, ad Oruro
è il giorno della Cha’lla, il giorno in cui si fa omaggio
alla Pachamama, offrendole dolci di zucchero che vengono
bruciati poi, in casa, vasi e mazzi di fiori che si appendono alle
facciate delle case in costruzione, feti di animali che vengono
sotterrati nei campi, coriandoli, stelle filanti con i quali si
addobbano automobili, vetrine porte di casa, offerte di birra ed
alcool versate agli angoli delle entrate dei negozi, ed ai passanti
perché facciano un brindisi di augurio.
Ma in questo
viaggio avevo un desiderio, vedere la causa di milioni di morti,
schiavi africani e poi indigeni, da quando Pizarro arrivò al Cerro
Rico, la montagna che domina Potosí: la miniera.
Le risorse
minerarie sono ancora oggi, nonostante i gravi problemi legati alla
caduta dei prezzi dei minerali che si estraggono in Bolivia, la
principale fonte di reddito per le popolazioni dell’altipiano.
Ho visitato
diverse miniere, oltre a quelle del Cerro Rico, da quelle
che sono nei dintorni di Oruro, di Cochabamba a quelle
di Llallagua. Molte di queste sono chiuse, in alcune mi è
stato negato il permesso per potere entrare, in altre ho avuto la
possibilità di entrare e fotografare le condizioni di lavoro, che
in molti casi sono rimaste uguali da secoli.
Mazza
e scalpello, inseguendo su e giù per le viscere di queste montagne,
le vene di stagno, zinco, argento. Masticando coca, per sopportare
fame e fatica, per guadagnare uno stipendio che difficilmente è
sufficiente a sfamare una famiglia, fare studiare i figli.
A Llallagua,
sul muro di una casa di un minatore, dove mi ero appoggiato per
attenuare i forti sintomi del soroche, vidi dipinta la famosa
foto del Che. E il giorno seguente, dopo avere intervistato il segretario
del Sindacato dei minatori, un minatore anziano, mi disse: “se il
Che avesse cercato il nostro appoggio anziché quello dei campesinos,
nessuno lo avrebbe tradito, e forse la storia la potremmo raccontare
in altro modo…”.
Già, la
storia, con senno di poi. La prossima volta Ernesto De La Serna,
verrò a trovarti a La Higuera ed a Vallegrande……
Un’ultima cosa,
ironia della sorte:a Potosí, esiste la Casa Real de La
Moneda, la zecca la Bolivia, dopo essere stata per secoli la
produttrice di monete per la corona spagnola, non ha una zecca di
stato ed è costretta a fare stampare, sia le proprie monete che
le banconote in Canada……
(febbraio 2002)
Le bollette
di Cochabamba
Storia di una battaglia per la conquista dell'acqua. In Bolivia
Disparità Solo il 55% degli abitanti della città andina avevano
l'acqua in casa. Gli altri dovevano comprarla pagandola il 10% in
più
MA. FO.
INVIATA A JOHANNESBURG
La guerra dell'acqua è scoppiata quando i cittadini di Cochabamba,
Bolivia, hanno cominciato a ricevere le prime bollette sotto la
«nuova» gestione. Era dicembre del 1999, ricorda Oscar Olivera,
e gli eventi che sono seguiti sono un esempio di battaglia popolare
«perché l'acqua resti un bene pubblico essenziale». Olivera è uno
dei 5 portavoce della Coordinadora per la difesa dell'acqua e della
vita, l'organismo popolare di Cochabamba che due anni fa è riuscito
in un'impresa rara: costringere il governo a sciogliere un contratto
che dava il monopolio della gestione idrica a un consorzio dominato
da Bechtel, una tra le maggiori multinazionali dell'acqua. E' una
storia che merita di essere raccontata. Cochabamba, spiega Olivera,
è una città a 2.500 d'altezza sulle Ande boliviane dove l'acqua
è scarsa, e solo il 55% del milione e 800mila abitanti è rifornito
dall'acquedotto. Un buon 20% della popolazione attinge a pozzi propri,
il quarto restante - la gente delle zone più povere, insediamenti
informali, slum - deve comprare l'acqua da autobotti private, pagando
almeno il 10% più di chi ha l'acqua corrente in casa. Il comune
discuteva di come allargare l'approvvigionamento idrico quando è
entrata in scena la Banca Mondiale. «La loro linea era netta: hanno
chiesto al governo di privatizzare la distribuzione, dicendo che
le municipalizzate erano inefficienti, e di eliminare ogni sovvenzione
sulle tariffe. Il risultato è che nel settembre del `99 il comune
di Cochabamba ha firmato un contratto con un consorzio privato».
Il consorzio Aguas del Tunari, guidato dalla società International
Water limited (sede nelle isole Caiman) controllata da Bechtel,
riceveva la concessione per 40 anni della distribuzione, captazione
e trattamento dell'acqua. «I primi ad allarmarsi sono stati i contadini»,
dice Olivera. La concessione infatti dava a Aguas del Tunari il
monopolio assoluto su ogni fonte d'acqua nella municipalità, quindi
i pozzi privati o vicinali passavano sotto il loro controllo: anche
perché, salvo un periodo transitorio di 5 anni, una nuova legge
nazionale sull'acqua cancellava i diritti d'uso consuetudinario
su pozzi e sorgenti. «Insomma, l'acqua diventava una merce a tutti
gli effetti. Qualcuno ha calcolato che nel nuovo regime le tariffe
sarebbero aumentate fino al 300%, cioè in media ogni famiglia di
Cochabamba avrebe speso un quarto del suo reddito per l'acqua. E
poi il consorzio aveva il diritto di rifarsi delle bollette non
pagate pignorando la casa o altre proprietà del consumatore insolvente.
Erano arrivati a vietare di costruire invasi per raccogliere l'acqua
piovana nelle zone rurali della municipalità».
Alle organizzazioni contadine si è affiancato un «comitato di difesa
dell'acqua e dell'economia familiare», un gruppo di ambientalisti,
giornalisti, sociologi e attivisti sociali che ha cominciato a informare
la cittadinanza sugli effetti della nuova legislazione. La Federacion
de Trabajadores Fabriles (i sindacati dell'industria manifatturiera)
si è unito alla battaglia contro la privatizzazione, e anche l'organizzazione
dei coltivatori di foglie di coca. Ma Oscar Olivera fa notare che
l'acqua in fondo è stata la goccia che ha fatto straripare lo scontento
pubblico. «C'era un senso di espropriazione, negli ultimi quindici
anni lo stato ha ceduto poco a poco la gestione di telecomunicazioni,
industria, tutte le risorse nazionali - e insieme i nostri diritti.
Come sindacato, abbiamo visto l'erosione progressiva di diritti
come i congedi di maternità per le lavoratrici, la salute, l'istruzione.
Mancava solo che privatizzassero acqua e aria, ci dicevamo».
Olivera racconta
una mobilitazione in crescendo. «In marzo abbiamo indetto una protesta,
`la presa di Cochabamba'. Noi intendevamo una presa simbolica, una
grande festa popolare, ma l'élite politica si è spaventata e ha
militarizzato la città. Dopo due giorni di scontri la polizia si
è ritirata e il consorzio ha accettato di ripristinare le vecchie
tariffe dell'acqua. Ma non era solo quello il punto. Abbiamo convocato
un referendum popolare e la gran maggioranza dei cittadini ha deciso
di continuare la battaglia perché l'acqua restasse un diritto collettivo».
Era aprile del 2000, racconta Olivera, il governo ha rifiutato di
trattare con la Coordinadora. «La città era in strada. Le vie d'accesso
a Cochabamba erano chiuse, ogni famiglia era davanti a case e bloccava
la strada con qualsiasi cosa. Il governo ha dichiarato lo stato
d'emergenza, e di solito questo in Bolivia significa che ciascuno
si chiude in casa e i militari invadono le strade: ma quella volta
è successo il contrario. Il ministro dell'interno ha detto che la
Coordinadora era pagata dal narcotraffico e noi 5 portavoce eravamo
dei vandali, ma infine ha dovuto mandare un delegato del governo
a trattare». Olivera si scalda: «Sono stati otto giorni di democrazia
popolare». La vittoria è stata piena: il governo ha ripreso una
proposta di legge popolare che sancisce il diritto all'acqua e la
sua gestione pubblica. Il contratto con il consorzio privato è stato
abrogato. La gestione idrica è andata a un'impresa in cui siedono
rappresentanti del comune, i sindacati, le associazioni di quartiere.
Libros:
Edmundo Paz
Soldán “La materia del deseo” (Alfaguara 2001)
Antonio
Peredo Leigue “Inti y Coco Combatientes” (Fundación
Ernesto Che Guevara, La Paz)
Che Guevara
“Diario in Bolivia” (Feltrinelli)
Jaime
Mendoza Gonzáles En las tierras del Potosí”
Roberto
Querejazu Calvo “Llallagua Historia de una montaña” (Ed.
Los amigos del libro 1991)
Augusto
Céspedes “Metal del diablo – La vida del Rey del Estaño” (Ed.
Juventud 1987)
Moema
Viezzer “Si me permiten hablar...”
Jesus
Lara “Yanakuna” (Ur. Quizo 1999)
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