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Flavio
Giurato
10/05/2003, Teatro parrocchiale di
C.Valle Imagna (BG)
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Dieci
minuti.
Quando, dopo quasi due ore, Flavio Giurato allo stremo delle forze chiede
al pubblico da quanto tempo stesse suonando, qualcuno gli grida "DIECI
MINUTI FLAVIO! CONTINUA!". È quello che anch'io avrei voluto urlare, come
un bambino appena svegliato da un sogno troppo bello per poter venir interrotto
tanto presto. Non conoscevo Flavio Giurato prima di stasera. Principalmente
per ragioni anagrafiche, ma soprattutto per la difficile reperibilità
dei suoi dischi, tre pubblicati dal 1978 al 1984 e uno realizzato inaspettatamente
in occasione del suo ritorno sulle scene nel 2001. Dopo aver sentito parlare
di lui da amici che me lo avevano descritto come una sorta di icona vivente
della canzone i cui concerti, centellinati come vere e proprie eccezioni,
non dovevano assolutamente andare ignorati, mi sono deciso a risalire
le valli bergamasche e a raggiungere la pace di un luogo che, complice
una pioggia rarefatta, mi ha accolto timidamente nella sua leggera armonia.
Solo una volta entrato nell'intimo e accogliente teatro mi sono reso conto
di quanto il culto per questo artista sapeva travalicare per una nutrita
schiera di fans i limiti razionali delle distanze e ardere di una passione
covata come il fuoco ancora vivente sotto la cenere del tempo.
Con la curiosità delle grandi occasioni e il sentimento di chi senza fretta
sceglie di offrirsi all'attesa fiducioso, mettendo per un poco in stand-by
le proprie aspettative, mi sono seduto non troppo vicino al palco, pacificato
dal brusio leggero intorno, della pioggia e delle parole del pubblico
appena bisbigliate.
Di fronte a noi due sedie, microfoni e alcune chitarre acustiche. Flavio
Giurato e il compagno Piero Tievoli seduti non paiono curarsi subito della
situazione: un teatro gremito e loro soli a esporre con parole e musica
una tra le più commoventi lezioni di cantautorato alle quali mi sia mai
capitato di assistere.
Qualcuno la chiama poesia, Flavio Giurato si rivolge ad essa nominando
persone, luoghi, ricordi, circostanze. Ciascuna intuizione è un fremito
vitale, a risvegliare il lato nascosto di vicende osservate con sensibilità
ora leggera, ora profondissima, comunque spiazzante.
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Le
parole, scandite con una voce profonda e solennemente partecipe, appagano
oltre l'atteso, quelle stesse parole di brani che dopo vent'anni conservano
una forza e una dolcezza scagliata sul pubblico senza freni, in una cerimonia
commovente per chi, dopo anni di culto carbonaro, finalmente ha trovato
l'occasione per vedere all'opera l'adorato cantautore a confrontarsi con
la materia viva della propria arte. Arte che prende di volta in volta la
forma di frammenti indimenticabili, i cui titoli forse non aggiungeranno
suggestioni alla serata, ma sigilleranno piuttosto con un velo di permanenza
il lirismo portentoso di una personalità che sarebbe una scellerataggine
ignorare: "Il caso Nesta", "Orbetello", "Silvia Baraldini", "Centocelle",
"Mauro", "Aquile e corvi", "Il rondone", "L'ufficialino", "La giulia bianca",
"La tentazione", "Amnesia", "Agua mineral", "Praga", "Il tuffatore", "Simone",
"I punti cardinali" e tante altre, arricchite da un perenne dialogo con
il pubblico a guidare in prima persona lo sviluppo della scaletta. La preconfezionata
ipocrisia dei concerti in cui l'inammissibilità del fuoriprogramma è la
regola qui viene in un istante abbattuta, privilegiando la confidenzialità
di una conviviale riunione tra amici, nuovi amici. In questo gioco la chitarra
del fido Piero non si lascia mai sorprendere impreparata, anzi riesce sempre
a donare il calore necessario per accompagnare, senza mai troppo invadere,
lo spazio che Flavio Giurato riempie con la sola sua presenza, con i larghi
gesti delle sue braccia, con gli scatti che lo fanno alzare dalla sedia
impossessato dai protagonisti che animano i brani più evocativi.
"I nuovi marinai già tirano le funi". Non basta un lungo, l'ennesimo bis
cantato in coro da tutta la sala con anche i bambini rapiti a battere il
ritmo con le mani in alto, e le donne e gli uomini del posto ad annuire,
consapevoli di aver ricevuto più di quanto il loro troppo stretto ruolo
di spettatori sia riuscito ad offrire, per soddisfare la sete di sogni che
Flavio Giurato ha saputo alimentare. Non sarebbe bastata anche se avesse
continuato a suonare per tutta la notte, e non solamente per questi tanto
intensi dieci minuti. |
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