Festa Del Cinema Di Roma

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2016


14/11/2016 - di Antonio Asquino
L`undicesima edizione della Festa del cinema di Roma ha attirato un pubblico numeroso e variegato ed ha portato sul grande schermo molti film di ottimo livello, di questi ma anche di quelli che meno hanno brillato abbiamo redatto una mini guida per orientare il lettore sull’intera rassegna:

 
Snowden (O. Stone): Film a cavallo tra impegno politico e spettacolarizzazione, il solito abituale Oliver Stone che non appassiona ma neanche annoia in virtù di una regia solida, bravi interpreti e una storia vera che riguarda da vicino tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno usato una mail, una webcam o si sono iscritti ad un social. Il classico film da prima serata in tv insomma, niente di memorabile ma neanche disprezzabile.
 
Richard Linklater: Dream Is Destiny : (L.Black, K. Bernstein): Un documentario di ottima fattura su uno dei registi più bravi e interessanti degli ultimi trent`anni. Un film capace di rendere la passione del cineasta americano per il cinema e tutto il suo mondo popolato di persone prima ancora che personaggi, sempre attento nel corso della sua carriera a rendere evidente e netta la linea di demarcazione tra il cinema hollywoodiano tanto ricco quanto vacuo, rivolto ad un consumo usa e getta, costruito su misura per le masse degli uomini qualunque e quello sincero, creativo e profondo, virato all`unicità delle storie e dei suoi interpreti, al dipanarsi più verticale che orizzontale di vicende e caratteri, capace di divertire, commuovere e sorprendere nel modo più pregno e sentito possibile. L`amico e collaboratore di sempre Luis Black realizza un lavoro esemplare nel rendere una visione completa e realista sia dell`uomo che del regista con naturalezza, profondità ma senza scadere nell`agiografia.
 
London Town (D.Borte): Commedia che riesce a barcamenarsi ottimamente tra l`attenzione a rendere il periodo storico, la caratterizzazione di personaggi affascinanti e particolari e l`amore per la musica (in particolar modo per quella dei Clash). Una scrittura agile e leggera ma capace di cogliere appieno le difficoltà e le passioni di un adolescente abbandonato a se stesso nel sottobosco suburbano londinese della seconda metà dei settanta, ammaliato dalla musica dei Clash e alle prese con la sua prima cotta sullo sfondo delle lotte sociali e dello svilupparsi della controcultura del periodo. Da sottolineare la memorabile prova attoriale di tutti gli interpreti e in particolar modo di Jonathan Rhys Meyers nei panni dell`indimenticabile Joe Strummer.

Sole Cuore Amore (D. Vicari): Senza dubbio il film più deludente tra i film visionati e il rammarico aumenta se si pensa che in passato Vicari ci ha dimostrato il suo valore con prove più che dignitose ma qui fallisce su tutta la linea. L`intento del regista è chiaro nel suo voler comunicare anche in modo sincero e partecipato le difficoltà del cittadino medio nell`Italia di oggi, schiavizzato dal lavoro a basso salario, privato del tempo e della semplice felicità del quotidiano, inglobato dalla ripetitività di azioni e gesti sempre uguali e alienato dalla società come la maggior parte dei suoi simili però il film manca di attenzione ed estro nella messa in scena, di guizzi nella sceneggiatura e nei dialoghi (sempre molto forzati quasi rivolti esclusivamente a mostrare in modo innaturale la tesi alla base dell`opera) e di ritmo nel montaggio al punto di risultare anche noioso in più parti. Un servizio di telegiornale lungo quasi due ore che potrebbe essere ben riassunto dal proverbio che recita “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell`inferno” che, in questo caso, è l`inferno del cinema mancante di tutto ciò che lo rende vivo e interessante.


Sing Street (J. Carney)

Uno dei film più belli e memorabili tra quelli visti, una commedia brillante e riuscita, estremamente curata nella regia e nella scrittura, interpretata da attori perfettamente in parte. La storia ci parla di un ragazzino nell`Irlanda di metà anni `80 che per reazione ai disordini familiari, all`insensatezza della vita quotidiana nella scuola cattolica che frequenta e per affascinare una ragazza di cui si è innamorato, decide di formare un gruppo musicale dall`incerta direzione nei modelli da seguire. Vediamo il gruppo (i Sing Street del titolo) alle prese con il rifacimento di quasi tutto lo scibile musicale dell`epoca, alla ricerca della strada più efficace verso un successo sul cui esito non ci è dato sapere e forse qui è la sola piccola pecca del film: molto ben scritto e coinvolgente fino all`ultima parte dove la storia sentimentale prende il sopravvento e la sceneggiatura perde di vivacità, opacizzata dai soliti temi adolescenziali di fuga verso un ipotetico futuro migliore e incomprensioni di coppia.

Louise En Hiver (J.F. Laguionie)

Film d`animazione francese di livello egregio. La storia di una donna anziana che perde l`ultimo treno per tornare in città ed è costretta a passare in solitudine tutto il resto dell`anno in un luogo di villeggiatura deserto ed inquietante che vive solo in estate. Un piccolo gioiello di surrealtà agrodolce volto alla ricerca del sé tra ricordi e immaginazione, in cui il confine tra sogno e realtà si fa labile e il mondo di Luise si popola di personaggi fantastici come un cane e un cadavere, entrambi parlanti, che la accompagneranno in un viaggio introspettivo, appassionante anche per lo spettatore.

Land Of The Little People (Y. Bernam):Quest`opera ha il suo punto di forza nel coraggio di mettere in scena, senza fare sconti, la violenza a cui sono sottoposti i giovani israeliani, lascito dell`orrore quotidiano che vivono le popolazioni del luogo. Un film duro, utile soprattutto per i genitori israeliani, nel mostrare lo squallore e le conseguenze di una guerra assurda che, in quest`opera diretta da un israeliano e prodotta da un palestinese, assurgono al livello di monito. Un film che risulta efficace nel mostrare la verità dei fatti con una messa in scena comunque gradevole e apprezzabile per tutto il pubblico, all`insegna di un realismo violento ma purtroppo necessario in cui il gioco di guerra diviene regola di vita.

Into The Inferno (W. Herzog)

Il regista tedesco con i suoi documentari ci ha abituato bene tanto quanto con le sue pellicole e non si smentisce neanche in questa occasione. Incline ad immortalare la natura più selvaggia e inumana, Herzog si spinge a riprendere e approfondire tutte le tematiche e le leggende riguardanti i maggiori vulcani attivi in giro per il mondo, affidandosi al racconto sia di competenti scienziati e sismologi sia di pittoreschi capo villaggio che compensano l`ignoranza con la convinzione di una spiritualità chiaramente posticcia e irreale. Un discorso diverso merita la parte del documentario dedicata alla Corea Del Nord dove il cineasta pur partendo dal vulcano Paektu poi si perde in una sorta di breve bignami sociologico e antropologico sulla vita nella dittatura coreana di oggi, perdendo in senso ed intensità dello svolgimento filmico altrimenti impeccabile. Tuttavia va sottolineato l`assoluto valore delle riprese e dei discorsi sempre affascinanti e appassionati ad esse legati.


Una (B. Andrews)

Il drammaturgo e regista australiano Benedict Andrews esordisce alla regia cinematografica adattando la famosa pièce teatrale “Blackbird” di David Harrower, riuscendo a coglierne perfettamente tutta l`ambiguità emotiva e la forza introspettiva ma rimodellandolo secondo una encomiabile idea di cinema, capace di avvincere e impressionare positivamente. Un film splendidamente riuscito, giocato su una regia visivamente convincente, una scrittura capace di funzionare su più livelli e degli interpreti capaci di rendere dei personaggi tanto complessi in tutte le sfaccettature che il testo richiedeva. Una fusione perfetta di grande cinema e grande teatro in grado di farsi apprezzare da tutte le tipologie di spettatori, dai più esigenti ai più superficiali.

Tramps (A. Leon): Una commedia americana dal soggetto accattivante che segue una giornata e una nottata in cui due ragazzi, alle prese con degli scambi loschi di una valigia (la cui mancata consegna porterà i due a doversi frequentare e a dover rischiare di infrangere la legge), si scoprono innamorati alla fine dei due giorni. Un film senza troppe pretese e senza particolari picchi né nella messa in scena e né nella scrittura che però risulta scorrevole e piacevole pur non meritando di rientrare nel novero dei film da dover vedere a tutti i costi.


Captain Fantastic (M. Ross)

Come spesso è capitato in passato anche quest`anno alla Festa del Cinema di Roma il film premiato è anche uno dei più riusciti. Captain Fantastic è una prova di grande capacità filmica, utilizza ogni mezzo che la settima arte mette a disposizione per rendere un film memorabile: regia virtuosa e intelligente che però non scade mai nei tecnicismi fini a se stessi, sceneggiatura encomiabile per soggetto, caratterizzazione dei personaggi e dialoghi, montaggio privo di tempi morti, fotografia e scenografia eccellenti anche grazie all`utilizzo sapiente di paesaggi naturali mozzafiato. Un lavoro capace di avvincere, divertire e commuovere con naturalezza e grande rispetto per l`intelligenza dello spettatore, riuscendo a soddisfare anche i palati più raffinati. Da vedere (e possibilmente rivedere) assolutamente.


Nocturama (B.Bonello)

Tra i film presentati nel concorso “Alice nelle Città” questo è il film che mi ha colpito di più. Al suo settimo lungometraggio il francese Bertrand Bonello realizza un film sorprendente per capacità narrativa, gusto per la messa in scena e integrità artistica. Tutto ambientato in un giorno e una notte “Nocturama” è un film corale che riesce con maestria a fare appassionare alla vicenda dei suoi personaggi: un gruppo di ragazzi che sotto la guida di un adulto organizza una serie di attentati che avvengono in contemporanea a Parigi e poi finiscono a nascondersi in un centro commerciale. Questo film racconta una storia emozionante facendola funzionare su più livelli: quello dell`intrattenimento cinematografico visivamente coinvolgente, quello della riflessione sulla società contemporanea nelle sue contraddizioni e nelle sue reazioni sempre inadeguate al radicarsi ineluttabile della globalizzazione e quella dello sviluppo emotivo dei personaggi in un crescendo di ansie, ribellioni senza costrutto e voglia di cambiare il mondo tipicamente adolescenziale. Privo di punti deboli, “Nocturama” merita di rientrare a pieno titolo nella lista dei film migliori di tutto il 2016.

The Secret Scripture (J. Sheridan): L`usuale Jim Sheridan, legato a doppio filo con l`amata Irlanda, dalla struttura chirurgica, il registro drammatico e dall`impostazione classica in un film riuscito sotto ogni aspetto che pur non sorprendendo né per tematica, né per regia si fa guardare e apprezzare nella sua interezza. Da sottolineare le prove attoriali di Vanessa Redgrave e di Rooney Mara (sorta di attrice feticcio di tutta la mostra, essendo coinvolta in ben tre film e sempre con risultati apprezzabili).

Goldstone (I. Sen): Il nuovo lungometraggio del filmaker australiano si muove tra western, poliziesco e giallo senza mai scegliere una direzione e seguirla fino in fondo e questa caratteristica è sia croce che delizia del film: cosi` facendo sicuramente si evita la sottomissione completa alle regole di “genere” e all`abitudine ma altrettanto facilmente si rischia di perdere in intensità se la sceneggiatura non riesce a riempire tutti i vuoti e non approfondisce i temi pur molto importanti che intende affrontare ma che spesso rimangono enucleati ad un livello superficiale. Intendiamoci: è un film godibile, capace di catturare lo sguardo in più occasioni (complice una fotografia meravigliosa nel suo rappresentare paesaggi desolati e immensi che inglobano, quasi annullando, i personaggi che al suo interno si muovono) ma che allo stesso modo non riesce a colpire a fondo lo spettatore né nella mente né nel cuore pur non annoiando.
 

Naples `44 (F. Patierno): adattato dal libro del soldato Norman Lewis, è un documentario dal taglio cine-giornalistico che racconta la vita dell`americano nella Napoli liberata (ma non del tutto) dagli invasori tedeschi nel 1944. Su un collage di immagini di repertorio tratte da filmati dell`Istituo Luce, altri documentari e film d`epoca la voce off del soldato ci racconta le sue esperienze nel capoluogo campano. Un lavoro che non lascia il segno e non si fa apprezzare né per forma né per contenuto, sicuramente utile come semplice documento storico (per quanto chiaramente viziato dall`approccio completamente soggettivo alla scrittura) ma cinematograficamente prescindibile e dimenticabile.
 

Al Final Del Tùnel (R. Grande): Un thriller completo e complesso, perfetto nel suo sviluppo narrativo e nella sua capacità di rendere con naturalezza la vicenda e i personaggi che concorrono a dipanarla, senza rinunciare alla tensione necessaria né all`esteriorizzazione dei tumulti che attraversano i protagonisti, in un crescendo emotivo brillantemente risolto, con la scrittura, nel finale davvero memorabile. La regia è perfetta nelle sue riprese degli spazi stretti e nelle sue variazioni dei punti di vista da cui ci fa vedere quello che accade e gli attori sono tutti indovinati e funzionali al ruolo. Tra i film più convincenti dell`intero festival.
 

Hell Or High Water (D. Mackenzie): Jeff Bridges, in uno dei ruoli più azzeccati della sua carriera, avvolge in un`aura di grande cinema tutto il film, rendendo speciali anche delle espressioni e dei dialoghi che con un qualsiasi altro attore sarebbero potute risultare normali. Il film non è tutto qui però, anzi riesce a risultare apprezzabile sotto ogni aspetto, dimostrandosi un fulgido esempio di western metropolitano completamente calato nella realtà del ventunesimo secolo, in cui i criminali sono costretti a delinquere dai furti legalizzati subiti ad opera delle banche e i tutori della legge sono uomini stanchi e persi nel quotidiano e nella sua routine, attraversati più dall`abitudine che da un qualsiasi codice morale. Hell Or High Water affascina e convince per la capacità con cui riesce a superare la banalità della dicotomia tra giusto e sbagliato, affidandosi ad una scrittura ricca di trovate brillanti ed attenzione a rendere umani (per niente stereotipati) i suoi personaggi nonché a giustificare ogni loro azione e parola. Il tutto avviene anche grazie ad una messa in scena sapiente, ad un montaggio intelligente e ad una fotografia esemplare. Film meritevole di più di una visione e degno di considerazione da parte di un pubblico esteso.


Fritz Lang (G. Maugg)

Senza dubbio, dal punto di vista registico, il film più bello di tutta la mostra tra quelli da me presi in esame. Un film su Fritz Lang girato con una straordinaria capacità di sintetizzare una buona parte delle caratteristiche che hanno reso il tedesco uno dei più grandi artisti della storia del cinema, nel suo continuo indagare sulle pulsioni più oscure e ambigue dell`animo umano, fotografandole con ritratti in bianco e nero dal taglio espressivo quasi pittorico. La storia avviene a cavallo della svolta autoriale di Lang quando, decidendo di dedicarsi alla messa in scena del famoso caso di cronaca del mostro di Dusseldorf, decide di abbandonare l`attenzione per le metropoli e le macchine e concentrarsi sull`uomo e la sua interiorità ponendo cosi` le basi per regalarci i capolavori del suo periodo americano. Il tutto essendo anche preda e parzialmente vittima del suo stesso passato oscuro, ritenendosi responsabile del suicidio della prima moglie. Un film ottimamente costruito, scritto, ripreso e interpretato. La speranza è di vederlo distribuito in Italia pur sapendo che probabilmente non incontrerebbe grosso successo di pubblico, vista la natura poco modaiola del personaggio in questione.
 

Genius (M. Grandage): Il film racconta la storia vera (anche se parzialmente edulcorata) dello scrittore americano Thomas Wolfe e del suo rapporto di odio-amore con l`editore Maxwell Perkins che pubblicò i suoi libri più celebri, attraverso una lunga serie di revisioni e tagli, riuscendo cosi` a far conoscere il talentuoso giovane autore al grande pubblico. Genius è un film riuscito soprattutto grazie al buon livello della scrittura, la ricostruzione storico-scenografica e per l`ottima resa del cast (dove sia Jude Law che Colin Firth giganteggiano per bravura). Non colpisce particolarmente dal punto di vista visivo ma per raccontare questo genere di storie a volte basta avere una buona sceneggiatura, dialoghi riusciti e grandi interpreti. In quest`opera questi elementi ci sono tutti e rendono il film gradevole e riuscito.
 

Goodbye Berlin (F. Akin): Il regista tedesco è qui alle prese con la solita commedia su adolescenti emarginati che si incontrano, compiono un viaggio on the road e che alla fine del film servirà alla loro crescita personale. Una storiella usata ed abusata che non colpisce sotto nessun aspetto cinematografico e che può essere archiviata nello stesso momento in cui il film è finito. Da evitare a meno che non si abbiano a disposizione novantatré minuti da sprecare.
 

Maria Per Roma (K. Di Porto): Lo sforzo di scrittura e regia operato da Karen Di Porto convince a metà perché pur facendosi apprezzare per l`idea del soggetto, la sincera volontà di mostrare lo squallore delle esistenze di quasi tutti quelli che si trovano a voler fare cinema in Italia nel ventunesimo secolo e la capacità di far riflettere e anche sorridere in diversi dialoghi e trovate, manca di idee valide di regia e di qualità nella recitazione, all`insegna di una approssimazione che si può riassumere col vecchio detto “vorrei ma non posso”. La speranza e l`augurio che si può rivolgere all`artista romana è di affinare la tecnica che potrebbe permettergli di uscire da un approccio filmico quasi amatoriale e aumentare il coraggio, evitando di rientrare nello stesso mondo che in questo lavoro vuole giustamente deridere e stigmatizzare.
 

La Ultima Tarde (J. Calero): Il film peruviano è molto ambizioso nel voler tratteggiare e mostrare una dolorosa storia personale che va ad intersecarsi con la storia di tutto il paese, nel ricordo delle lotte politiche e sociali che lo hanno attraversato negli ultimi decenni ma l`ambizione è ben ripagata dalla riuscita di tutta l`operazione. Una regia capace di seguire, utilizzando lunghi piani sequenza, il lungo cammino dei due protagonisti attraverso la città senza mai perdere in profondità ed emotività, una scrittura perfettamente centrata nei dialoghi e due attori bravissimi rendono valido un film tanto intenso quanto difficile che nelle sue parti migliori (quasi tutte a dire il vero) può ricordare ai cinefili più informati l`operazione mirabile condotta da Richard Linklater con il bellissimo “Prima Dell`Alba”. In questo lavoro come in quello si riesce a svelare e raccontare tutto un mondo, sia interiore che esteriore, basandosi solo sulle parole e l`espressività dei due attori e questo film come quello è assolutamente da vedere.
 

The Hollars (J. Krasinski): L`attore John Krasinski é anche regista di questa commedia dolce- amara di stampo abbastanza classico nel soggetto: un trentenne alle prese con una vita non ben centrata e popolata da tutte le difficoltà che può comportare l`avere trent`anni nel mondo di oggi, torna in famiglia per affrontare una malattia che ha colpito la madre e qui si troverà a realizzare di quanti problemi si sono riempite le vite dei suoi genitori e di suo fratello durante la sua assenza. Da questo punto di vista non ci troviamo di fronte e niente di sorprendente però il film funziona bene grazie a dei dialoghi perfetti e degli interpreti di altissimo livello. The Hollars diverte e commuove con semplicità e sincerità risultando uno dei film più godibili dell`intera festa e regalandoci più di una sequenza da ricordare.
 

My First Highway (K. Meul): Il primo lungometraggio del belga Kevin Meul convince per lucidità, stile e originalità del soggetto. Il film sembra partire come il classico film adolescenziale di formazione personale e sentimentale ma prende una svolta, imprevista e gradita, quando diventa una fuga azzardata, una improvvisata caccia all`uomo dai presupposti falsati e l`esito tragico (chiaramente evito di spoilerare troppo). La scelta dell`autore di sfocare le immagini di tutto il mondo adulto che circonda i protagonisti e focalizzare le inquadrature sui corpi e i volti degli adolescenti la dice lunga sulle intenzioni di sviluppare il discorso filmico e il suo significato intorno alla confusione esistenziale e ormonale che li anima e cosi` facendo colpisce nel segno. My first highway è un`opera riuscita che si fa ricordare ed elogiare per ricercatezza, originalità e piglio autoriale.

Florence Foster Jenkins (S. Frears)

Grandiosa commedia di Stephen Frears che si conferma una garanzia del genere attraverso film di qualità innegabile e continuata. La storia vera di Florence Foster Jenkins aspirante cantante di scarso livello e filantropa dai buoni sentimenti viene rappresentata con gusto e intelligenza. Il film diverte ed appassiona grazie ad una regia perfetta, una scrittura brillante e un cast indovinatissimo. Meryl Streep regala una performance tra le più indimenticabili della sua maestosa carriera ma sia Hugh Grant che Simon Helberg (bravissimo al cinema come in tv) non sono da meno. Un altro colpo messo a segno da Frears che rimane uno dei più apprezzabili e affidabili registi in attività.


Train To Busan (Sang-ho Yeon)

La pellicola coreana si distingue per inventiva e stile. La storia è ambientata all`interno di un treno dove per cause fortuite si diffonde un virus letale e contagioso che trasforma le persone in zombie. La capacità di fondere horror, dramma e anche commedia con naturalezza mai superficiale è una caratteristica intrinseca a tanto valido cinema orientale e questo film non fa differenza. La regia è eclettica e tecnicamente perfetta, la sceneggiatura è un piccolo gioiello di coerenza interna, caratterizzazione dei personaggi e trovate e il montaggio, privo di tempi morti, contribuiscono a rendere il film ritmato e avvincente dal primo all`ultimo minuto. Un film che non mostra punti deboli, riuscito e consigliato.
 

I Am Not A Serial Killer (B. O` Brien): La storia racconta di un ragazzo solitario, psicologicamente provato dalla diversità che percepisce rispetto ai suoi coetanei e dalle difficoltà familiari che teme di diventare un serial killer e, invece, si trova alle prese con un vero serial killer attivo nel suo stesso paesino. Un film originale, diretto con un taglio quasi documentaristico lineare e semplice ma capace di impressionare e coinvolgere. La sceneggiatura è scorrevole e intelligente nel suo alternare atmosfere da thriller e introspezione psicologica (resa benissimo da azioni e dialoghi dei personaggi). I am not a serial killer si fa vedere con piacere e convince in pieno facendosi ricordare come uno dei film migliori del concorso parallelo “Alice nelle città”.


La Tortue Rouge (M. Dudok De Wit)

Film d`animazione in coproduzione tra Giappone, Francia e Belgio, marchiato a fuoco dal segno inconfondibile dello studio Ghibli fondato e creato dal grande Miyazaki e come quasi tutti i suoi film si può definire senza dubbio un capolavoro. Un`aura di poesia e carica emotiva pervade tutto il prodotto che non fa concessioni allo spettatore distratto e superficiale, richiedendogli capacità di sognare ad occhi aperti e sospendere l`incredulità. La storia è molto originale e racconta di un naufrago che finisce su di una isoletta sperduta dell`oceano e cerca di fuggire via con una zattera ma la fuga gli viene ripetutamente impedita dagli interventi di una gigantesca tartaruga rossa che puntualmente gliela distrugge. Gli sviluppi saranno imprevisti per i protagonisti e per lo spettatore. Siamo di fronte ad un film unico e imperdibile, tra i preferiti di chi scrive per stile e capacità di avvincere ed emozionare. Da vedere assolutamente a prescindere dalla vostra familiarità col mondo del cinema disegnato.

Lion (G. Davis): Il lungometraggio dell`australiano Garth Davis (noto per aver diretto numerosi spot e per aver diretto alcuni episodi della serie tv “Top of the lake”) è ben confezionato ma non convince fino in fondo. Tratto da una storia vera, raccontata nel libro “la lunga strada per tornare verso casa” ad opera del protagonista del film Saroo Brierley, si caratterizza per come il classico film da festival che punta molto (anche troppo) sull`eventuale pietismo del pubblico e sull`empatia capace di suscitare la storia travagliata di questo bambino indiano che si trova ad essere casualmente portato via dalla terra natia e finisce per esserne allontanato per quasi trent`anni. Il soggetto è anche interessante ma la sceneggiatura è poco originale nei dialoghi e poco incline all`approfondimento dei personaggi mentre la regia, pur tecnicamente impeccabile, ci lascia poche sequenze memorabili, appesantita da un montaggio lento e macchinoso che rende la visione, a tratti, addirittura noiosa. Il solito drammone da prime time in tv, lontano da qualsiasi spunto autoriale e inzeppato (anche per la natura stessa della storia raccontata) di luoghi comuni.


Swiss Army Man (D. Scheinert, D. Kwan)

L`ultimo giorno della Festa del cinema di Roma ci regala uno dei film più belli e sorprendenti. Geniale (si` è il caso di dirlo) nella scrittura, perfetta nella regia e resa memorabile anche dalla prova attoriale dei due protagonisti Paul Dano e Daniel Radcliffe. Swiss Army Man è il racconto allucinato di un aspirante suicida che sulla stessa spiaggia dove stra provando a togliersi la vita nota un altro cadavere e lo utilizza come una sorta di uomo multiuso attrezzato per la sopravvivenza (da qui il titolo) ma poi ci si affeziona fino al punto d farne il suo miglior amico arrivandola addirittura a farlo rivivere (anche grazie al suo stato confusionale).

Il film è giocato tutto su un meraviglioso registro surreale e grottesco, si fa forte di una scrittura esemplare e di una sincerità di base che si percepisce chiaramente dal prodotto finale che risulta coraggioso e per niente conciliante con le solite storie che ci vengono propinate dalla grande industria del cinema. A volte per fare un grande film basta una sola grande idea ma in “Swiss Army Man” non c`è solo quella perché il film si può considerare splendidamente riuscito s0otto ogni punto di vista e merita di essere apprezzato dalla più vasta fetta di pubblico possibile.
 

Little Wings (S. Vilhunen): Il cinema nord europeo ci ha abituati bene e questo delicatissimo film finlandese non fa eccezione. La storia parla di una ragazzina preadolescente che cerca disperatamente di conoscere il padre dopo che il rapporto con la madre si è interrotto quando lei era ancora bambina. Le giornate della protagonista si dividono tra l`amore per l`equitazione, le prime cotte e l`inquietudine relativa alla ricerca disperata della figura paterna. La ricerca la porterà ad ottenere anche più risposte delle domande che l`avevano guidata. A sintetizzarla cosi` la storia potrebbe sembrare che racconti la classica storia di formazione e crescita ed in parte è anche cosi` ma va sottolineata la natura per niente banale del film. Little Wings non vuole piacere a tutti i costi, non si fa portatore di facili sentimentalismi né di intrattenimento da programma per ragazzi, punta invece a sviscerare le ansie che possono attanagliare una ragazzina qualunque con amorevole trasporto e rispetto per l`intelligenza dello spettatore, riuscendo a mostrare con eleganza la differenza che sta tra la vita sognata e quella reale senza indulgere nell`accettazione a tutti i costi né dell`una né dell`altra.

Ritmo Sbilenco (M. Colombo): Un documentario sulla storia di uno dei gruppi più unici della storia della musica italiana: gli Elio E Le Storie Tese, esempi di originalità e perizia tecnica di indubbio talento. Il lavoro è ben fatto, il regista segue i membri della band milanese al lavoro nella sala prove e nella vita di tutti i giorni, riuscendoci a mostrare il lato umano e la normalità del quotidiano con rigore e partecipazione. Purtroppo però un gruppo dalla storia cosi` lunga e complessa e dalla creatività cosi` esplosiva avrebbe probabilmente meritato un approfondimento maggiore della storia e più attenzione alle molteplici sfaccettature del progetto,sia per quanto riguarda l`aspetto artistico che per quanto concerne la sfera personale. Resta comunque un documento valido e parzialmente attendibile ma la speranza è che tutto ciò che ha reso cosi` importante e affascinante l`universo degli Elio E Le Storie Tese venga raccontato in futuro in modo più specifico.

A margine dei film dei quali abbiamo scritto vogliamo raccontare brevemente dei due incontri a cui abbiamo assistito: quello con David Mamet tra i più grandi sceneggiatori viventi che con la consueta dose di ironia ha brillantemente ripercorso la sua carriera regalando aneddoti e raccontando delle caratteristiche che hanno contribuito a formare le sue innegabili qualità da scrittore e regista. Il secondo è stato con Don DeLillo che ha regalato in esclusiva alla Festa del cinema di Roma un bellissimo saggio su “Deserto Rosso” di Antonioni, riuscendo a creare, con questo scritto (che meriterebbe la più ampia diffusione) e anche con i suoi interventi seguenti, un memorabile intreccio tra letteratura, cinema e passioni personali.

In conclusione la Festa Del Cinema di Roma si rivela come una delle edizioni migliori dal punto di vista qualitativo regalando una qualità medio alta di materia filmica e tanti momenti di grande cinema. Tanti tra i film visionati sono meritevoli di elogi sia presso la critica che il grande pubblico. L`unica piccola nota stonata sono le code interminabili per diverse proiezioni e tutti gli incontri pomeridiani che hanno evidenziato un po` di disorganizzazione ma questo non ha inficiato la riuscita della manifestazione sotto ogni punto di vista.



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