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Ritesh Batra

L’altra metà della storia

Ritesh Batra


2017 » RECENSIONE | Drammatico
Con Charlotte Rampling, Jim Broadbent, Michelle Dockery, Emily Mortimer, Harriet Walter, Joe Alwyn, Matthew Goode, James Wilby, Edward Holcroft, Freya Mavor



30/10/2017 di Silvia Morganti
Julian Barnes nel 2011 ha dato alle stampe The Sense of an Ending, un libro di grande perfezione per equilibrio ed esattezza stilistica, conciso ed essenziale. Einaudi lo ha introdotto nelle librerie italiane nel 2012: Il senso di una fine è stato notato e letto. Ora è arrivato nelle sale il film, scritto dallo sceneggiatore Nick Payne e diretto dal regista indiano Ritesh Batra. In Italia dal 12 ottobre ha il titolo L’altra metà della storia, perché? Non ci è dato sapere; ma come spesso accade nel Belpaese i titoli dei film vengono ‘rivisitati’, cambiati, traditi e ribattezzati come se nulla cambiasse veramente. Eppure nella mente qualcosa continua a lavorare intorno al titolo originale, precisamente intorno a quella parola “fine” su cui tutto si muove, indeterminata come lo è l’articolo che la precede, “una”.

Quando in sala inizia il film si è colpiti dalla perfezione dell’immagine, dalla pacatezza della narrazione, dalla luce dei colori sobri e luminosi a descrivere una realtà: quella della vita di un uomo. La finezza della scrittura filmica è perfettamente in sintonia con quella originaria del libro, ed è incredibile come si provi lo stesso piacere di entrare nella storia sia nel caso della lettura che in quello della visione cinematografica. Tutto è equilibrio e sapienza. Non è immediata la comprensione, avviene per gradi, per tasselli, per ripetizioni. La stessa comprensione dello spettatore è legata a quella ‘operata’ dal/nel protagonista; e questo è un dato per nulla scontato, giocato con maestria narrativa.

Gli sguardi colpiscono più delle parole, ma le parole scritte, quelle nella storia – intendo –, sono determinanti! Gli occhi azzurri del protagonista riescono a irradiare di luce la fotografia del film, curata da Christopher Ross, oltre che a muovere quanto accade. Ecco, ciò che accade è filtrato attraverso lo sguardo di Anthony `Tony` Webster (un magnifico Jim Broadbent), che appunto guarda, legge, osserva, si interroga e talvolta sembra non trovare il bandolo della matassa in cui sembra improvvisamente intricarsi, per accorgersi poi che tutto quel groviglio non è altro che la vita, la sua vita. Tutto inizialmente appare normale, le immagini propongono in bella simmetria una Londra ordinata, privata, quotidiana: le case sono con il giardinetto davanti e le scale interne coperte di moquette. Il postino (di origini orientali) incontra Tony sulla soglia dell’uscio e gli consegna una  lettera che si rivelerà (quasi) subito dal contenuto ‘esplosivo’, nel senso che sarà capace di mettere a soqquadro la tranquillità del suo destinatario. Essa comunica un lascito testamentario: cinquecento sterline e un diario. La storia presente si intreccia così ad un passato, forse rimosso fino ad allora, di un’età giovanile. Si tratta di amore, di morte, di amicizia ed altre sciocchezze (direbbe qualcuno!). Ma si tratta anche di fotografie, lettere, incontri, orologi… di tempo. Si tratta di una riflessione sul tempo? Anche. La memoria ricuce e trasforma, la mente cerca di comprendere. C’è un mistero, forse più di uno. Mettersi sulle tracce di una ricerca, permette in qualche modo di far i conti con il passato e soprattutto, direi, con il presente.

Jim Broadbent riesce veramente ad incarnare le trasformazioni dell’animo del protagonista, con piccoli segnali. Non è solo: c’è la ex moglie Margaret (Harriet Walter, interprete dalla statura di attrice non comune), determinante – a mio avviso – nella storia; c’è la figlia trentaseienne Susie (con lo sguardo dolce di Michelle Dockery) al nono mese di gravidanza, decisa ad essere madre senza un compagno; e poi c’è il passato, un amore dei tempi di Cambridge, Veronica Ford (interpretata in gioventù da Freya Mavor e in vecchiaia con maestria da Charlotte Rampling), la madre della ragazza  Sarah (Emily Mortimer, perfetta nei suoi panni) e i suoi amici di allora, i ricordi di battute ed eventi. La morte suicida di un amico, Adrian Finn.

Si rintraccia un solo forte legame tra passato e presente, un fatto forte e tangibile e che si affaccia quasi casualmente: l’amore per le macchine fotografiche Leica. Una passione della giovane Veronica e che il protagonista, dottore ormai in pensione, ha coltivato evidentemente per tutta la vita, come dimostra il suo stretto negozietto di ‘antiquariato’ che ora possiede. Si capisce dal ‘dettaglio’ che quel passato – apparentemente dimenticato, non raccontato mai neanche alla moglie durante il lungo matrimonio – non era stato mai del tutto allontanato. Il rimosso è destinato a ri-apparire e con esso il suo racconto. Le parole si fanno talora immagine, feedback, conversazione e piano piano si dipanano, fino a sciogliere alcuni misteri. Tony è come se lungo l’intero percorso imparasse di sé più di quanto lui stesso potesse immaginare, essendo in grado di acquisire una saggezza che alla fine lo rende migliore sotto tutti i punti di vista, senza alcuna retorica.