Paolo Virzì

La pazza gioia

Paolo Virzì


2016 » RECENSIONE | Drammatico | Commedia
Con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti



31/03/2017 di Claudio Mariani
Una delle prime cose che si pensa dopo aver visto questo film è che non può non piacere a tutti. Questa è una caratteristica riscontrata spesso nelle opere di Virzì che ha questo grande pregio: piacere raccontando le sue storie, senza la necessità di farlo forzatamente. Evidentemente ha una certa empatia col pubblico, o semplicemente è una persona normale, anche se molto sensibile.  Alla luce dei fatti questo è uno dei film meglio riusciti di Virzì, che negli ultimi vent’anni ci ha già regalato delle pellicole indimenticabili, come Ovosodo (1997) e La prima Cosa Bella (2010), senza dimenticare l’ultimo bellissimo Il capitale umano (2014). Insomma, Virzì sta attraversando un momento quasi magico, avendo prodotto con La pazza gioia tre film del genere in soli sei anni. Nel frattempo qualche passaggio a vuoto l’ha avuto anche lui, ma in fondo ci sta. E ancora una volta, e in maniera ancora più forte, si è messo al servizio del mondo femminile, che pare capire molto bene, raccontando questa storia di due donne, che al di là dei problemi mentali -altro grande tema protagonista del film- affrontano un “viaggio” che tanto richiama dei classici del genere, vedi Thelma e Louise su tutti. Le vicende di Beatrice e Donatella, scappate quasi inconsapevolmente da una comunità per donne con problemi mentali, si svolgono nel giro di poche ore, immerse nella realtà della provincia toscana, accompagnate da flash back e vere e proprie immersioni/ritorni nel passato con incontri probabili e meno probabili.

Se da una parte Virzì si mette al servizio delle donne, due donne in particolare si mettono al suo servizio, due attrici che appaiono in stato di grazia, da una parte la moglie del regista, Micaela Ramazzotti, ancora una volta in un ruolo difficile, da rovinata, è semplicemente perfetta. Dall’altra la Bruni Tedeschi, ancora una volta monumentale: fin dalla prima scena, in cui si vede lei di schiena che entra prepotentemente nella storia distribuendo ordini e critiche, si capisce che si porterà il film su quelle stesse spalle nervose e sinuose allo stesso tempo. Ma da sola non avrebbe retto tutto il film, il personaggio della Ramazzotti entra più tardi e diventa subito la metà di un’alchimia perfetta. Ormai è chiaro che loro sono le due muse del regista che in questo caso è riuscito nella difficile impresa di unirle con grazia e precisione chirurgica, anche grazie all’ottimo lavoro di sceneggiatura a quattro mani assieme all’amica Francesca Archibugi.

Sembra proprio un film scritto egregiamente su due personaggi, poi il resto regge da solo, senza stare a guardare e soffermarsi su qualche faciloneria e semplicità narrativa di troppo, che passano dunque in secondo piano.

Un’altra percezione, alla fine del film, è anche legata al motivo musicale portante, Senza Fine cantata da Gino Paoli: ecco, questa è la sensazione, la storia delle due protagoniste sembra non avere mai fine, al di là del film stesso, e così ci piace ricordarle…



Paolo Ronchetti


Bel film e grandissime protagoniste. Ma la scrittura di questo film sembra scissa. Alle due, splendide, protagoniste viene riservata una scrittura perfetta per tempi e modi. Fortunatamente anche le descrizioni famigliari sono abbastanza a fuoco. Purtroppo tutto il contorno "riabilitativo" (medici, educatori, pazienti, luoghi di cura...) ha una sciatteria descrittiva forzata e fuori centro che indispone non poco, soprattutto, gli addetti ai lavori. Comunque film consigliatissimo.

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