Matteo Garrone

PRIMO AMORE

Matteo Garrone


2003 » RECENSIONE |
Con Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Marinella Ollino, Stefano Cassetti

di Claudio Mariani
Veneto: terra poco rappresentata nei film, Veneto industriale, ricco, dove le parole non si buttano mai al vento, dove si gioca più con gli sguardi che con le voci, dove può anche capitare che l’incontro “alla cieca” tra l’orafo Vittorio e la commessa Sonia possa mettere in imbarazzo gli spettatori per l’impaccio, i silenzi e una sola frase lapidaria del protagonista: “ti immaginavo più magra”! tutto parte così, i due non comunicano, fanno fatica a parlarsi, e subito dopo vengono alla luce i pensieri di Vittorio: “quando c’è il corpo non c’è la mente, quando c’è la mente non c’è il corpo”, da lì il protagonista, per la prima volta in vita sua, cerca di intraprendere il percorso inverso, partendo dalla mente per trasformare il corpo. Un piacevole corpo femminile di 57 chili che vedrà gradualmente diminuirsi fino a fare intravedere le ossa e gli zigomi sotto gli occhi. Questa è la scarna storia del film di Garrone, che segue il grande successo a lungo effetto de l’Imbalsamatore, vera e propria sorpresa del 2002; ciò che il regista romano ci presenta è ancora una volta una storia ispirata a un fatto di cronaca, accaduto realmente e che sa tanto di noir. Ottima occasione per scrivere una sceneggiatura più che convincente e per girare un nuovo film che supera il precedente come valore assoluto. Una storia “marcia” ma non nella forma, solo nei contenuti, che prende, e anche molto. Tutto è lì, in agguato, sotto la pelle, come una zecca che ti succhia il sangue e vive delle tue incertezze. Il film è un baratro, un vortice dentro il quale si sa che si cadrà, che se ne sarà risucchiati, e che non ci sarà più ritorno…o forse si? Garrone ci vuole parlare delle patologie dell’amore, dell’ossessione estetica e della morbosità eccessiva, e per farlo utilizza un bravissimo e naturale Vitaliano Trevisan, nella realtà uno scrittore, figura reale e palpabile, come tante ne conosciamo per strada ma che, per paradosso, sullo schermo sembra finto! Sembra recitare male, ma in verità non recita e questo alla lunga ti prende e vieni irritato irrimediabilmente dai suoi atteggiamenti e dal suo tono e accento assurdi (immaginatevi un Giordano Bruno Guerri veneto…). Nella parte femminile Michela Cescon emoziona e sorprende, perfetta! In una scena i due protagonisti sono ripresi per diverso tempo completamente fuori fuoco mentre il resto del paesaggio è perfettamente distinguibile: sono fantasmi che parlano, con gli occhi scavati nelle orbite; dove andranno a finire? Cosa ne sarà di loro? Dove pensano di portare l’ossessione di lui? A queste domande il regista ci porterà a delle risposte attraverso un film veramente bello, da ricordare, girato con un piglio pittorico e condito da una musica da brividi della Banda Osiris premiata per quest’opera a Berlino. C’è ben poco da contestare a quella parte di critica che sta innalzando Garrone ai cieli fregiandolo del titolo di Autore, ha pienamente ragione! Il regista ci porta negli stessi territori già esplorati trent’anni fa dal grande Ferreri con la sua Grande Abbuffata; solo che il maestro lo fece con cinismo grottesco, riempiendo fino all’inverosimile i protagonisti di cibo, facendoli collassare al suolo ripieni come dei capponi, Garrone lo fa invece con un tocco molto più delicato, facendo un percorso inverso come il protagonista del suo film, verso l’anoressia, ma giungendo allo stesso risultato: si esce dal cinema con l’esofago otturato!

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