Jessie Nelson

MI CHIAMO SAM

Jessie Nelson


2001 » RECENSIONE | drammatico
Con S. Penn, M.Pfeiffer, D. Fanning, L. Dern

di Elena Cristina Musso
Mani. Freneticamente sistemano, in un ordine meticoloso, le bustine di zucchero nei contenitori sui tavoli di un fast food. In questo modo facciamo conoscenza con Sam, un uomo affetto da quello che, comunemente, si definisce ritardo mentale. Ma non é in ritardo Sam quando accorre in ospedale per veder nascere sua figlia. Lucy. Come la canzone dei Beatles ... Lucy in the Sky with Diamonds. Sua figlia. Solo sua, lì in mezzo al traffico, fra le braccia. Mentre due gambe in fuga portano via chi non vuole essere madre. Si contorcono muscoli e parole sul viso di Sam, ma una cosa sa dirla proprio bene: “Sono tuo padre, Lucy”. Giocano Lucy e suo padre. E ridono. E leggono. E Lucy cresce. E legge per Sam. Ma c’é una parola che proprio non riesce a leggere, si ferma sempre lì, a metà sulle sue labbra. “Leggila, Lucy!” dice Sam. E il suono di quella parola riempie la stanza e la testa di Lucy: diversi. E se ne va in giro per il mondo quella inutile parola e si materializza agli occhi degli altri. Sam e Lucy, così diversi. E come é diversa da Sam anche Rita, l’avvocatessa di successo che mal volentieri accetta di difenderlo in tribunale. Padre e figlia si cercano con caparbietà mentre il mondo li tiene lontani. Ci sono muri alti di incomprensione attorno a quel padre con la mente di un bambino, muri difficili da abbattere, molto più del fragile muro, fatto di piccoli origami di carta di giornale, costruito da Sam per nascondersi, che Rita - forse, non veramente così diversa da lui – farà crollare con un gesto, in una scena di grande valore simbolico.
E’ questo un film durante il quale sarà inevitabile commuoversi, ma non ci si aspetti niente del genere che solitamente si definisce “lacrimevole”. La storia é narrata con stile e ritmo assolutamente moderni, quasi da videoclip, con un sapiente uso del fermo immagine per sottolineare le situazioni di pieno emotivo. Indovinatissime le riprese in soggettiva che assolvono perfettamente il compito di descrivere stati d’animo e sensazioni del protagonista. Originale l’idea di inserire le canzoni dei Beatles ancor più che come colonna sonora, come filo conduttore della vita stessa di Sam.
Sorprendente l’interpretazione di Sean Penn la cui capacità di calarsi nel ruolo di personaggi duri, spesso cinici ed interiormente complessi, ci aveva quasi abituato ad identificarlo con questi. Nell’ impersonare Sam, l’attore ci dà una prova di grande maestria: gesti ed espressioni non eccedono mai e rendono, con estrema misura, caratteristiche emotive e somatiche dell’handicap che affligge il personaggio. Non si può fare a meno di paragonare il ruolo interpretato da Penn con quello di Dustin Hoffman nel “Rain Man” del regista Barry Levinson: i protagonisti dei due film hanno caratteristiche comuni, ma le diverse peculiarità dei due attori e soprattutto i diversi stili di regia (più classico e misurato quello di Levinson, sebbene altrettanto efficace) rendono entrambe le interpretazioni eccezionali prove artistiche.
Impeccabile, come sempre, Michelle Pfeiffer, perfettamente all’altezza del protagonista maschile, nell’impersonare angosce e nevrosi di uno dei tanti prototipi di donna dei nostri tempi. Giusta anche la scelta della piccola attrice Dakota Fanning per la parte di Lucy.
La brillante prova degli attori e del regista ci fa perdonare anche il lieto fine, forse la parte meno realistica della storia.