|
Gli
impressionisti, si sa, amavano giocare
con la luce e con il colore, catturarne
e berne ogni minima vibrazione, ogni minimo
mutamento. E la neve, si sa, offre l’assolutezza
e il nulla del colore che riassume in
sé tutti i colori, l’assolutezza e il
nulla della luce al suo stato genetico.
Per questo, forse non dovrebbe più di
tanto meravigliare, nel tema di un evento
espositivo, l’accostamento tra gli impressionisti
e la neve. E probabilmente ancor meno
dovrebbe meravigliare il fatto che, ad
accogliere una mostra del genere, sia
una città che si prepara ad ospitare i
giochi olimpici invernali del 2006: una
Torino bella e orgogliosa che vuole offrire
il meglio di sé, anche con una rosa di
eventi culturali di vario genere che saranno
corollario e integrazione dei giochi e
favoriranno il rilancio culturale della
città. Tutto questo, però, non significa
necessariamente scadere nello scontato
o nel banale; significa soltanto portare
allo scoperto alcuni nodi inestricabili
tra arte e natura, come Marco Goldin si
è proposto di fare in questa mostra di
livello nazionale e internazionale: un
lungo racconto di come la neve, in tutte
le sue declinazioni, sia stata rappresentata
nella pittura di paesaggio della seconda
metà dell’Ottocento, con uno sguardo retrospettivo
a tutta l’Europa e un punto di riferimento
radicale nella Francia impressionista.
Molteplici sono, evidentemente, le possibilità
figurative offerte dal motivo della neve:
puro paesaggismo campestre dimenticato
o mai attraversato da tracce umane, scene
di pastorizia in cui uomini e animali
si trovano accomunati da una stessa incolmabile
piccolezza di fronte al mistero della
natura, città moderne addolcite dai tetti
imbiancati…e ancora neve fresca soffice
e compatta, neve sporca e sfatta che va
scolorandosi nel disgelo imminente, neve
trapassata dal sole di giorno e dal buio
di notte, neve che cade e neve già addormentata
da qualche parte. Questo e molto altro
ci raccontano le numerosissime opere di
artisti di tutta Europa, esposte in due
sezioni fondamentali: l’Europa, appunto,
ulteriormente divisa in sale diverse ciascuna
dedicata ad un singolo paese del continente,
e una seconda riservata ai maestri francesi
del periodo. E così si cammina attraverso
i paesaggi innevati dipinti dai russi,
che con le loro scene di un impressionismo
non classicamente-francese rimandano col
pensiero ora alla grande letteratura descrittiva
di Tolstoj e Dostoevskij, ora all’angoscia
romantica di una natura grandiosa del
tedesco Friedrich; si scoprono pittori
dell’Est Europa che mirano ad una rappresentazione
intima e realistica della natura, con
uno sguardo all’esempio francese di Barbizon
e uno ad un accenno di divisionismo; si
ammirano i tedeschi che, nel tentativo
di esorcizzare il retaggio romantico della
visione della natura, guardano alla Francia
di Courbet, e scoprono la tecnica a piccoli
tocchi di colore che sta in equilibrio
tra impressionismo e divisionismo. Più
oltre la sala dei pittori svizzeri, il
cui fulcro sono senza dubbio due opere
di due grandi amici: Primavera sulle
Alpi di Giovanni Segantini, e La
raccolta del fieno di Giovanni Giacometti:
le stesse montagne sullo sfondo, lo stesso
soggetto, la stessa tecnica, lo stesso
anno di composizione legano tra loro due
opere splendide nella loro maestosità,
sufficienti a riempire di sé le pareti
bianche della sala. E poi ancora i pittori
di neve della Scandinavia, che sentono
il ghiaccio e il freddo come qualcosa
di intimamente proprio e lo ritraggono
intrecciando realismo e impressionismo,
la bellezza triste delle opere olandesi,
le scene di pattinaggio della Gran Bretagna,
e infine l’Italia di Boldini, Fattori,
De Nittis, Pellizza da Volpedo e ancora
Segantini.
|
Nelle foto, dall’alto:
Munch, Mhlig Hugo, Monet, Courbet, Monet.
|