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   Gli impressionisti e la neve. La Francia e l’Europa
   
 Torino, Palazzina della Promotrice delle Belle Arti
     27 novembre 2004 - 25 aprile 2005


 
                                  

Gli impressionisti, si sa, amavano giocare con la luce e con il colore, catturarne e berne ogni minima vibrazione, ogni minimo mutamento. E la neve, si sa, offre l’assolutezza e il nulla del colore che riassume in sé tutti i colori, l’assolutezza e il nulla della luce al suo stato genetico. Per questo, forse non dovrebbe più di tanto meravigliare, nel tema di un evento espositivo, l’accostamento tra gli impressionisti e la neve. E probabilmente ancor meno dovrebbe meravigliare il fatto che, ad accogliere una mostra del genere, sia una città che si prepara ad ospitare i giochi olimpici invernali del 2006: una Torino bella e orgogliosa che vuole offrire il meglio di sé, anche con una rosa di eventi culturali di vario genere che saranno corollario e integrazione dei giochi e favoriranno il rilancio culturale della città. Tutto questo, però, non significa necessariamente scadere nello scontato o nel banale; significa soltanto portare allo scoperto alcuni nodi inestricabili tra arte e natura, come Marco Goldin si è proposto di fare in questa mostra di livello nazionale e internazionale: un lungo racconto di come la neve, in tutte le sue declinazioni, sia stata rappresentata nella pittura di paesaggio della seconda metà dell’Ottocento, con uno sguardo retrospettivo a tutta l’Europa e un punto di riferimento radicale nella Francia impressionista.
Molteplici sono, evidentemente, le possibilità figurative offerte dal motivo della neve: puro paesaggismo campestre dimenticato o mai attraversato da tracce umane, scene di pastorizia in cui uomini e animali si trovano accomunati da una stessa incolmabile piccolezza di fronte al mistero della natura, città moderne addolcite dai tetti imbiancati…e ancora neve fresca soffice e compatta, neve sporca e sfatta che va scolorandosi nel disgelo imminente, neve trapassata dal sole di giorno e dal buio di notte, neve che cade e neve già addormentata da qualche parte. Questo e molto altro ci raccontano le numerosissime opere di artisti di tutta Europa, esposte in due sezioni fondamentali: l’Europa, appunto, ulteriormente divisa in sale diverse ciascuna dedicata ad un singolo paese del continente, e una seconda riservata ai maestri francesi del periodo. E così si cammina attraverso i paesaggi innevati dipinti dai russi, che con le loro scene di un impressionismo non classicamente-francese rimandano col pensiero ora alla grande letteratura descrittiva di Tolstoj e Dostoevskij, ora all’angoscia romantica di una natura grandiosa del tedesco Friedrich; si scoprono pittori dell’Est Europa che mirano ad una rappresentazione intima e realistica della natura, con uno sguardo all’esempio francese di Barbizon e uno ad un accenno di divisionismo; si ammirano i tedeschi che, nel tentativo di esorcizzare il retaggio romantico della visione della natura, guardano alla Francia di Courbet, e scoprono la tecnica a piccoli tocchi di colore che sta in equilibrio tra impressionismo e divisionismo. Più oltre la sala dei pittori svizzeri, il cui fulcro sono senza dubbio due opere di due grandi amici: Primavera sulle Alpi di Giovanni Segantini, e La raccolta del fieno di Giovanni Giacometti: le stesse montagne sullo sfondo, lo stesso soggetto, la stessa tecnica, lo stesso anno di composizione legano tra loro due opere splendide nella loro maestosità, sufficienti a riempire di sé le pareti bianche della sala. E poi ancora i pittori di neve della Scandinavia, che sentono il ghiaccio e il freddo come qualcosa di intimamente proprio e lo ritraggono intrecciando realismo e impressionismo, la bellezza triste delle opere olandesi, le scene di pattinaggio della Gran Bretagna, e infine l’Italia di Boldini, Fattori, De Nittis, Pellizza da Volpedo e ancora Segantini.






Nelle foto, dall’alto:
Munch, Mhlig Hugo, Monet, Courbet, Monet.
Numerose le opere esposte, tutte indubbiamente accomunate dall’alta qualità della ricerca sul colore, dalla bravura di cogliere sulla neve il gioco dei riflessi azzurri, giallognoli, rosati, grigi, marroni, cupi o luminosi. Numerose le opere esposte, forse un po’ troppe; forse ciò che questa esposizione non è riuscita ad esorcizzare del tutto è il pericolo della ripetitività, di un infinito sfilare di paesaggi impressionisti che rischiano di stancare il visitatore che arriva solo ora alla seconda sezione, vero e proprio cuore della mostra: la Francia. Splendida la sala che raccoglie otto opere di Courbet, anticipatore dell’Impressionismo nella trattazione del tema del paesaggio innevato. La neve dell’autore del celebre Atelier è intensa, immediata, vera, sentita, e ricerca spesso il tema della caccia come simbolo della selvatichezza dei luoghi e della natura. Monet, che intende proporsi come protagonista indiscusso della sezione e dell’intera mostra, propone con la consueta splendida ripetitività la serie del disgelo sulla Senna, e numerosi altri paesaggi invernali tra la Francia e la Norvegia; e con lui l’Impressionismo puro di Pissarro e Sisley, il volto inedito di un Gauguin che accanto al sole dei tropici ama i paesaggi imbiancati della Francia, uno splendido Manet presente con una sola opera piuttosto lontana dall’impressionismo…E poi si arriva all’ultima sala. Un’osservazione assolutamente personale: la mostra meriterebbe una visita anche soltanto per quest’ultima nicchia di bellezza. Vi si arriva soddisfatti, tutto sommato, sazi di grandi nomi e grandi firme, forse un po’ satolli di neve e di paesaggio: ma qui si resta incantati di fronte ad un’opera che non è sola nella sala, ma adombra tutte le altre ed è come se lo fosse. Si tratta della Notte bianca di Edvard Munch, del 1901. Solo il grande autore norvegese, solo lui rispetto a tutto quanto si è visto fin qui, è riuscito a mettere l’angoscia, il dolore, la solitudine e la riflessione in una notte chiara e silenziosa stesa sul bosco e sul mare con pennellate liquide e perfette. Solo quest’ultima opera, in tutta una mostra comunque ben riuscita, riesce a incatenare a sé gli occhi di chi la guarda , come solo i grandi capolavori sanno fare. Ne è valsa la pena!

Articolo di: Barbara Meneghel   <barbara@mescalina.it>

 
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