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Il 1968
è una data che inesorabilmente verrà ricordata sui libri di storia per
questioni prettamente socio-culturali, per la protesta giovanile e per
le inevitabili conseguenze che, nel decennio successivo, avrebbero preso
una piega ben diversa. Quell'anno è stato consegnato alla storia e, nell'immaginario
popolare di chi è nato dopo, sembra appartenere a un'epoca se non proprio
remota, comunque molto, ma molto distante dal mondo attuale. Sicché risulta
ancora più sorprendente accorgersi che la lunga attività di Enzo Cannaviello
partì proprio nel 1968, e precisamente a 736 chilometri da Milano, in
quel di Caserta. Da allora molte cose sono cambiate, la fondazione dello
Studio d'Arte Cannaviello, lo spostamento a Roma, l'organizzazione di
mostre in Italia e all'estero, fino all'ultimo trasferimento, quello a
Milano, risalente al 1977. La nuova sede della galleria fu dapprima in
Piazza Beccaria, poi in via Cusani ed, infine, in quella attuale di via
Stoppani. Tralasciando i moltissimi tratti biografici, ciò che stupisce
di questo lungo percorso, è la freschezza che la galleria ha mantenuto
in questi lunghi anni, riuscendo ancora ad essere un punto di riferimento
per l'avanguardia di nuovi correnti e di giovani artisti. Sembrava così
doverosa una collettiva per "festeggiare" trentacinque anni di importante
attività nel campo artistico nazionale ed internazionale. Risultava però
difficile condensare tanti anni in una sola mostra, rendendo necessario
così dividere le celebrazioni in due "tempi"; quello iniziato ora a maggio
riguarda il percorso che parte dai primi anni di attività fino alla fine
degli anni '80 (più qualche episodio che sfora nei primissimi novanta,
riconducibile però alle esperienze precedenti). Venti opere a testimoniare
ognuna un periodo pittorico e una corrente artistica a sé stante. Vediamo
così raggruppati in un'unica soluzione quasi tutte le tendenze più importanti
delle regioni "germaniche", zona importante per la storia della Cannaviello:
abbiamo i due neoespressionismi (austriaco e tedesco), l'Azionismo Viennese,
i Nuovi ordinatori fino a toccare correnti di altre zone europee (Gruppo
Normal con Kunc all'Art brut di Dubuffet) senza dimenticare le importantissime
esperienze nostrane come la Transavaguardia, nonché i lavori di Carlo
Maria Mariani e Pizzi Cannella e la Nuova Scuola Romana. In tutto ciò
trovano spazio anche i Nuovi Selvaggi, l'Espressionismo Svizzero, il Movie
Painting, il fortissimo Neuen Wilden e, soprattutto, sezione importante,
quella che trova nella fotografia degli anni Settanta una vitalità mai
più ritrovata da quest'arte.
Gran parte delle opere esposte meriterebbero un'attenta analisi ma cercheremo
di focalizzare l'attenzione su quelle più significative, sia per la storia
dell'arte degli ultimi decenni che per la Cannaviello stessa. E come non
partire da Mimmo Paladino che nel '69 veniva esposto ai suoi inizi proprio
da Cannaviello, qui presente con una spirale di quadretti contenenti foto,
un effetto scenografico accattivante. Paladino non fu l'unica scoperta
di Cannaviello che, soprattutto negli anni Settanta, fu il primo a sdoganare
Longo, Hödicke, Baselitz, Disler, Nitsch, ma l'elenco potrebbe non terminare
mai. Proprio di fianco all'opera di Paladino possiamo ammirare una delle
figure in bianco e nero di Robert Longo, immagine che, idealmente, sembra
uscita dal romanzo "I Ribelli" di Sándor Márai. Completamente diversa
è l'impressione che dà una grandissima tela di K.H.Hödicke (Cos'è successo
in piazza S.Michele): pittura d'impatto che sintetizza nell'energia
del suo gesto pittorico la funzionalità del contrasto cromatico; una tecnica
che ci ricorda a tratti per i suoi toni il tanto decantato Der Blaue Reiter.
E ancora l'importante neo-espressionismo austriaco sempre seguito dalla
galleria fino ai giorni nostri nelle sue diverse sfaccettature, qui presente
con Siegfried Anzinger in una tela dai toni soffusi dove l'artista sembra
aver trovato una serenità pacata, lasciando altrove gli episodi più "violenti"
del movimento. E a proposito di violenza, non si può che rimanere colpiti
dai tre metri per due dell'opera di Hermann Nitsch, fondatore e promotore
dell'O.M.Theater (Teatro delle orge e dei mister), uno dei capisaldi
della performance pittorica; in quest'opera di grande impatto, una maglia
appesa crea dei simbolismi misteriosi e risulta quasi ipnotica nei suoi
colori "puri" tra i quali il famoso rosso dell'artista che, in altre occasioni,
diveniva vero e proprio sangue impresso sulla tela. Ci sono anche grossi
e importanti lavori di Albert e Disler ma è un piccolo misto su tela che
si sviluppa in verticale quello che incuriosisce e affascina maggiormente:
è la tela di Walter Dahn, un'opera dell'89 che, sebbene assolutamente
astratta, ha stranamente un gusto raffigurativo quasi orientale, molto
armonico. Accennando solo ai lavori di Rotella e Dubuffet (che nella sua
opera trova una tridimensionalità quasi irreale nel suo essere così "tangibile")
ci rimangono solo i lavori fotografici degli anni Settanta, dislocati
sapientemente su un'unica parete. Se con Peter Hutchinson vediamo un'applicazione
pratica della curiosissima e più che mai attuale Land Art, nelle due foto
di Urs Lüthi riusciamo a percepire tutta la grande ironia che traspare
dalla sua opera, anche grazie al titolo: the sun shines also in America
(1977). Rimane una delle opere più curiose, quella di Jan Le Gac e della
sua Narrative Art, dove le foto corredano i racconti, una vera e propria
chicca, da non perdere assolutamente.
Vista l'esposizione non ci si può esimere dalla considerazione che esce
spontanea sul ruolo di una galleria che, in alcune occasioni, si fa museo.
E questo è il caso perfetto: un'esposizione che esce dai canoni soliti
della mostra di una galleria, quindi la galleria che si fa museo in una
sorta di sdoppiamento delle sue funzioni; a volte può
funzionare,
questa volta è successo così, ma, d'altronde, come poteva non esserlo
con delle opere simili?
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