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Laurie Anderson - “The Record of the Time - Le opere sonore di Laurie Anderson”

                   11 novembre 2003 - 15 febbraio 2004
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
                                              

 
 ______________ di Andrea Salvi  _____________

“Il giorno in cui venne a mancare mia nonna era un freddo inverno. Uscii fuori e vidi che sulla superficie del lago ghiacciato stavano alcune anatre che si dimenavano. Mi avvicinai e notai con stupore che le loro zampe erano intrappolate nel ghiaccio.”

Mentre Laurie Anderson racconta questo aneddoto motivando la fulminea ispirazione che da tale avvenimento diede luogo ad una performance che fece epoca, essa si volta più volte, rapita nell’osservare la serie di fotografie che la ritraggono in “Duets on ice” (siamo a Genova, 1975).

La conferenza stampa organizzata per aprire la grande mostra retrospettiva sul lavoro della poliedrica artista americana si rivela un incontro con una persona disponibile e serena, prima ancora che un’occasione per ascoltare, rivelati dalla sua stessa voce, i tanti perché che ne animano le opere da oramai oltre trent’anni.

“Sicuramente la più grande artista del nostro tempo”, come sottolinea con sicurezza Thierry Raspail, direttore del museo d’arte contemporanea di Lione ed ideatore di una mostra voluta fortemente e che ha richiesto un impegno particolare sia per la realizzazione dell’allestimento che per specifiche ragioni logistiche, che dopo aver toccato Lione e Dusseldorf conclude il proprio itinerario in quel di Milano.

Si tratta di una esposizione ampia (90 opere), che si propone di passare in rassegna affiancando uno all’altro tutti i lavori che Laurie Anderson ha elaborato ispirandosi principalmente al suono, al rapporto che lo stesso si trova ad avere con la dimensione sia spaziale che temporale.

Ciò che da una prima visita subito emerge è l’impegno nel costruire, opera dopo opera, un percorso fondamentalmente accessibile a chiunque, quindi semplice nella sua essenza, orientato a dimostrare le infinite possibilità che il rapporto suono-materia-ambiente è in grado di generare.

La mostra offre una grande selezione di fotografie, oltre alla già citata “Duets on ice” sono esposte la suggestiva serie “Institutional dream” (1973), ricerca sul rapporto suono-ambiente-sogno, e la serie fotografica che testimonia la storica performance del “Concerto di clacson” (1972).

Sul fronte dei video va notato che i curatori hanno colto la palla al balzo proponendone una quantità esemplare, soprattutto relativi agli anni ’80. Tra i più interessanti spiccano “What You Mean We?” (1986), lavoro di ricerca su un presunto sdoppiamento di personalità, nel quale l’artista stessa si trova a dialogare con un proprio doppio modificato digitalmente e “Drumsuit” (1985), in cui sempre Laurie Anderson in prima persona sperimenta su sé una tuta particolare che le permette di suonare la batteria percotendo il proprio corpo. Altri video documentano la fortunata carriera della Anderson nelle vesti di cantante e musicista, ed è interessante notare anche in questi la versatilità che le ha permesso di esplorare lungo tutta la sua carriera i molteplici linguaggi della contaminazione tra il suono e la sua rappresentazione visiva.

A colpire il visitatore è pure la serie completa di lavori sui violini, vera e propria fissazione per l’artista che giunge a modificarne più volte la natura originaria sia con il “Viofonografo” (1977), che con il “Violino digitale” (1984), il “Violino a nastro magnetico” (1977) oppure nel caso del celeberrimo violino al neon, utilizzato a suo tempo nella rappresentazione teatrale “United States 1-4” (1983).

Una nota a parte va dedicata per uno dei pezzi esposti più sorprendenti dell’intera mostra: quel vero e proprio capolavoro che è “Handphone table” (1977), qui propriamente tradotto “Tavolo manofonico”, al quale ciascun visitatore può sedersi ed ascoltare musica semplicemente… tappandosi le orecchie.
Tra le installazioni più recenti, ecco “The Parrot”, (1996), in cui troviamo nientemeno che un pappagallo parlante, e le tavole preparatorie per la dettagliata messa in scena dello spettacolo multimediale “Songs and Stories from Moby Dick” (1999).
Un repertorio di opere d’avanguardia, alcune delle quali oggi potranno fare quasi tenerezza in alcune loro forme, che conservano però intatti gli stimoli e gli interrogativi che le hanno generate, delineando i contorni di un percorso creativo autentico ed eccitante.

Laurie Anderson oggi dimostra di non aver ancora chiuso con questa ricerca, anzi rilanciandola con l’anticipazione di alcuni progetti ai quali sta lavorando in collaborazione con la NASA (l’artista è stata insignita dall’ente statunitense del titolo di prima “artista residente”), che ritiene molto interessanti soprattutto per capire il limite verso il quale la scienza sta rivolgendo attualmente il proprio sguardo.

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Laurie Anderson - “The Record of the Time - Le opere sonore di Laurie Anderson”
Dall' 11 novembre 2003 al 15 febbraio 2004
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano










Articolo di: Andrea Salvi   <andreasalvi@mescalina.it>

 
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