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“Il
giorno in cui venne a mancare mia nonna
era un freddo inverno. Uscii fuori e
vidi che sulla superficie del lago ghiacciato
stavano alcune anatre che si dimenavano.
Mi avvicinai e notai con stupore che
le loro zampe erano intrappolate nel
ghiaccio.”
Mentre Laurie Anderson racconta questo
aneddoto motivando la fulminea ispirazione
che da tale avvenimento diede luogo
ad una performance che fece epoca, essa
si volta più volte, rapita nell’osservare
la serie di fotografie che la ritraggono
in “Duets on ice” (siamo a Genova, 1975).
La conferenza stampa organizzata per
aprire la grande mostra retrospettiva
sul lavoro della poliedrica artista
americana si rivela un incontro con
una persona disponibile e serena, prima
ancora che un’occasione per ascoltare,
rivelati dalla sua stessa voce, i tanti
perché che ne animano le opere da oramai
oltre trent’anni.
“Sicuramente la più grande artista del
nostro tempo”, come sottolinea con sicurezza
Thierry Raspail, direttore del museo
d’arte contemporanea di Lione ed ideatore
di una mostra voluta fortemente e che
ha richiesto un impegno particolare
sia per la realizzazione dell’allestimento
che per specifiche ragioni logistiche,
che dopo aver toccato Lione e Dusseldorf
conclude il proprio itinerario in quel
di Milano.
Si tratta di una esposizione ampia (90
opere), che si propone di passare in
rassegna affiancando uno all’altro tutti
i lavori che Laurie Anderson ha elaborato
ispirandosi principalmente al suono,
al rapporto che lo stesso si trova ad
avere con la dimensione sia spaziale
che temporale.
Ciò che da una prima visita subito emerge
è l’impegno nel costruire, opera dopo
opera, un percorso fondamentalmente
accessibile a chiunque, quindi semplice
nella sua essenza, orientato a dimostrare
le infinite possibilità che il rapporto
suono-materia-ambiente è in grado di
generare.
La mostra offre una grande selezione
di fotografie, oltre alla già citata
“Duets on ice” sono esposte la suggestiva
serie “Institutional dream” (1973),
ricerca sul rapporto suono-ambiente-sogno,
e la serie fotografica che testimonia
la storica performance del “Concerto
di clacson” (1972).
Sul fronte dei video va notato che i
curatori hanno colto la palla al balzo
proponendone una quantità esemplare,
soprattutto relativi agli anni ’80.
Tra i più interessanti spiccano “What
You Mean We?” (1986), lavoro di ricerca
su un presunto sdoppiamento di personalità,
nel quale l’artista stessa si trova
a dialogare con un proprio doppio modificato
digitalmente e “Drumsuit” (1985), in
cui sempre Laurie Anderson in prima
persona sperimenta su sé una tuta particolare
che le permette di suonare la batteria
percotendo il proprio corpo. Altri video
documentano la fortunata carriera della
Anderson nelle vesti di cantante e musicista,
ed è interessante notare anche in questi
la versatilità che le ha permesso di
esplorare lungo tutta la sua carriera
i molteplici linguaggi della contaminazione
tra il suono e la sua rappresentazione
visiva.
A colpire il visitatore è pure la serie
completa di lavori sui violini, vera
e propria fissazione per l’artista che
giunge a modificarne più volte la natura
originaria sia con il “Viofonografo”
(1977), che con il “Violino digitale”
(1984), il “Violino a nastro magnetico”
(1977) oppure nel caso del celeberrimo
violino al neon, utilizzato a suo tempo
nella rappresentazione teatrale “United
States 1-4” (1983).
Una nota a parte va dedicata per uno
dei pezzi esposti più sorprendenti dell’intera
mostra: quel vero e proprio capolavoro
che è “Handphone table” (1977), qui
propriamente tradotto “Tavolo manofonico”,
al quale ciascun visitatore può sedersi
ed ascoltare musica semplicemente… tappandosi
le orecchie.
Tra le installazioni più recenti, ecco
“The Parrot”, (1996), in cui troviamo
nientemeno che un pappagallo parlante,
e le tavole preparatorie per la dettagliata
messa in scena dello spettacolo multimediale
“Songs and Stories from Moby Dick” (1999).
Un repertorio di opere d’avanguardia,
alcune delle quali oggi potranno fare
quasi tenerezza in alcune loro forme,
che conservano però intatti gli stimoli
e gli interrogativi che le hanno generate,
delineando i contorni di un percorso
creativo autentico ed eccitante.
Laurie Anderson oggi dimostra di non
aver ancora chiuso con questa ricerca,
anzi rilanciandola con l’anticipazione
di alcuni progetti ai quali sta lavorando
in collaborazione con la NASA (l’artista
è stata insignita dall’ente statunitense
del titolo di prima “artista residente”),
che ritiene molto interessanti soprattutto
per capire il limite verso il quale
la scienza sta rivolgendo attualmente
il proprio sguardo.
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Laurie
Anderson - “The Record of the Time -
Le opere sonore di Laurie Anderson”
Dall'
11 novembre 2003 al 15 febbraio 2004
PAC
Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
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