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Non
serve entrare in museo o in una galleria
per trovare la creatività, molto spesso
ci si offre nei luoghi più impensati,
nelle strade che tutti i giorni percorriamo
più o meno freneticamente, sui mezzi di
trasporto, sui muri della città.
Qualcuno ha saputo riconoscere la potenza
espressiva di ciò che sta intorno, e così
in un lento ma costante percorso la cultura
undergorund, certo poco istituzionale
ma assai comunicativa, ha saputo farsi
strada nel mondo dell'arte più propriamente
detta. La mostra Beautiful Losers della
Triennale nasce da chi ha saputo vedere
oltre i rigidi canoni della bellezza universalmente
accettata, mettendo in mostra invece la
"bellezza dei perdenti" (da cui il titolo,
sottratto a un romanzo di Leonard Cohen).
Figure che, come spiegano Christian Strike
e Aaron Rose, curatori della mostra, furono
un tempo emarginate dalla società, ma
che negli ultimi anni hanno trovato un
più crescente consenso e in queste iniziative
la loro rivalsa. L'esposizione ha lo scopo
di testimoniare una cultura ormai talmente
vasta da non poter essere più ignorata,
un'esperienza giovanile costituita da
un gruppo di artisti provenienti dal mondo
dello skate della graffiti art dalle sottoculture
funky e hip hop; in comune hanno un senso
di ribellione contro un sistema di omologazione
che pretende di dettare precise regole
sul modo di vivere.
La mostra si apre con una sagoma in movimento
di un writer colto nell'attimo in cui
un nuovo segno, la tag, sta per essere
impresso sul muro bianco; lo stesso gesto
a cui ogni abitante metropolitano ha assistito
più di una volta nella realtà. La prima
sezione della mostra Roots & Influences
ospita i precursori di quest'arte,
i pionieri come Keith Haring, Basquiat,
Futura, Warhol, Friedman, il tutto accompagnato
dal sottofondo musicale di Tommy Guerrero.
La sezione seguente comprende un'interessante
selezione di Ephemera creati dagli
artisti di generazione successiva: foto,
copertine di album, skateboard, scarpe,
riviste, sculture e oggetti vari; in altre
parole tutto ciò che può far parte del
mondo di questo gruppo, interessante per
cogliere aspetti di uno stile di vita.
A completare il quadro numerose e divertenti
videoinstallazioni, forse persino troppe,
correndo così il rischio di far calare
inevitabilmente l'attenzione.
Da segnalare poi la sala centrale che
ospita un vero esercito schierato di Be@rbrick,
orsetti-giocattolo che arrivano,
manco a dirlo, dal Giappone, sbarcati
ora anche in Europa, diventati un vero
"cult". Gli orsetti di una settantina
di centimetri vengono modificati da decorazioni
e liberi interventi da parte di diversi
artisti, divenendo anch'essi "opere d'arte".
Questa mostra è la testimonianza di una
certa considerazione che questo tipo di
cultura sta ora cominciando ad avere agli
occhi delle istituzioni e dell'arte ufficiale,
un interessante evento che non è certo
isolato. La mostra ha infatti dei precedenti,
la stessa idea di Beautiful Losers nasce
in America e dopo l'esperienza europea
di quest'anno si sposterà l'anno prossimo
in Asia e in Australia. Milano stessa,
oltre agli spazi espositivi, ha aperto
anche i teatri alla graffiti art: in scena,
negli stessi giorni, al Teatro Filodrammatici
lo spettacolo Volti con la bravissima
Milvia Marigliano e le musiche dei coinvolgenti
Sulutumana hanno una scenografia d'eccezione
curata da quattro esponenti della street
art meneghina: Atomo, Marco Teatro, Pao
e Matteo Fumagalli. Esempi della loro
arte sono disseminati per tutto il teatro:
un vero e proprio percorso visivo che
parte dall'ingresso per concludersi sul
palco.
Beautiful Losers quindi, grazie anche
al prestigioso nome della Triennale che
l'ha ospitata, può essere stata molto
utile per far conoscere a un folto gruppo
di persone un tipo di arte che, soprattutto
in Italia, continua a destare non pochi
sospetti, aiutando a ridimensionare i
giudizi su di essa, finora sempre troppo
critici, obbligando l'osservatore a cogliere
le valenze positive sia artistiche che
culturali.
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