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Quella
donna. Morbidamente avvolta in un accappatoio
verde che le scivola addosso svogliato,
semi-distesa su un divano rigato. Un cane,
il muso triste e perfetto, abbandonato
su di lei. Le mani curate, femminili,
portano la fede di chi la sta ritraendo
e neanche tentano di coprire un seno che
sfugge nudo al di là della spugna. E poi
gli occhi, grandi e ingenui da bambina
(Girl with a withe dog, 1950-51).
Non fa paura, questo ritratto, è di una
bellezza pulita, elegante, naturale.
Lo si può amare alla follia, Freud. Ma
lo si può anche odiare per la sua brutalità
nel portare la persona sulla tela.
Ormai conosciuto più per le quotazioni
da vertigine che hanno raggiunto le sue
opere (il più costoso artista vivente,
a quanto pare) che per i suoi lavori in
quanto tali, l’artista - tedesco di nascita
e inglese d’adozione - porta un cognome
fin troppo noto: ma non sono d’accordo
sul voler a tutti costi ritrovare nell’opera
di Lucian retaggi della psicoanalisi del
più celebre nonno (ai cui scritti il nipote
non fu mai particolarmente interessato,
pur riscuotendone i diritti d’autore alla
morte di Sigmund, nel ’39); là c’è scienza
(anche se non per tutti) e qui c’è arte,
là c’è introspezione e qui c’è immediatezza
(che, afferma Freud, è “ciò che gli occhi
vedono prima che il cervello intervenga
a modificarlo”).
Al maestro novecentesco del Realismo pittorico,
Venezia - ora più che mai ombelico artistico
del mondo, con la Biennale, il Festival
del cinema, e mostre assolutamente interessanti
- dedica una bella retrospettiva al Correr,
che vi consiglio di andare a vedere portando
da casa i vostri pregiudizi su Freud:
è un analista, è un esistenzialista, è
sopravvalutato, è tradizionalista. Andate,
e confrontateli con le ottanta tele che
vi troverete davanti nelle sale del museo.
Lo si può anche odiare Freud, perché ci
sbatte in faccia la realtà della persona
così com’è, con tutte le sue imperfezioni,
la sua carnalità, la sua miseria, la sua
desolazione. Nessuna sublimazione. Qualcuno
ha visto in lui Ingres (“l’Ingres dell’Esistenzialismo”,
lo definì lo storico e critico d’arte
Herbert Read), ma probabilmente è più
Courbet - forse il primo che ha fatto
il salto verso il basso, verso la realtà
più terrena, più scomoda, più umiliante
- , è più il Bacon che tanto ammirava,
che ha avuto modo di conoscere nel ‘44
e che ha ritratto, è più lo Schiele dei
corpi senza vergogna.
Guardate i suoi nudi, i suoi corpi avvolti
nelle lenzuola, stesi su un divano, addormentati,
annoiati, affranti, sofferenti, tranquilli,
distratti. La pennellata larga, fluida,
grassa e imperfetta ricrea un mondo che
è quello reale, è quello vero, senza filtri
di nessun tipo. E’ ritrattistica a olio,
tradizionale, certo: ma neppure l’ufficialità
del ritratto della Regina Elisabetta riesce
ad essere veramente ufficiale. Perché
è terribilmente reale. Guardate quella
coppia che dorme su un letto spoglio (And
the Bridegroom, 1993), in una stanza
che rasenta lo squallore, guardate quanto
sono indisponenti eppure veri i personaggi;
guardate quanto è fastidiosa da vedere,
eppure ben dipinta, quella donna enorme
che dorme nuda su un divano (Benefits
Supervisor Sleeping, 1995); ma guardate
anche la bellezza (mai perfezione) delle
amanti fra le lenzuola, la limpidezza
degli sguardi, la naturalezza dei bambini,
la dolcezza dura della madre anziana,
la freschezza delle piante e dei fiori.
Meno belli, forse, gli scorci londinesi
dipinti dopo la morte del padre, con un
certo senso di decadimento dentro, in
cui il realismo rischia di avvicinarsi
troppo all’ iperrealismo, e ad una freddezza
non sua. Le tele illuminano da sole le
sale, aprono un mondo, schiudono una galleria
di personaggi tratti principalmente dal
privato dell’autore: amici, amanti, parenti,
gente di tutti i giorni (fatta eccezione
per la già citata Her Majesty the Queen,
oppure per il celeberrimo ritratto di
Kate Moss, grande assente dalla mostra).
Guardate, e ripensate, ora, ai vostri
pregiudizi sull’autore: forse lo starete
odiando ancora di più per la sua sincerità,
ma forse d’ora in avanti lo amerete per
lo stesso motivo. Perché, afferma Freud,
“il pittore deve dare libero corso a tutti
i sentimenti e a tutte le sensazioni che
gli capita di provare e non rifiutare
nulla da cui sia naturalmente attratto”.
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