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   Lucian Freud
   
Venezia, Museo Correr
   11 giugno – 30 ottobre 2005


 
 

Quella donna. Morbidamente avvolta in un accappatoio verde che le scivola addosso svogliato, semi-distesa su un divano rigato. Un cane, il muso triste e perfetto, abbandonato su di lei. Le mani curate, femminili, portano la fede di chi la sta ritraendo e neanche tentano di coprire un seno che sfugge nudo al di là della spugna. E poi gli occhi, grandi e ingenui da bambina (Girl with a withe dog, 1950-51). Non fa paura, questo ritratto, è di una bellezza pulita, elegante, naturale.
Lo si può amare alla follia, Freud. Ma lo si può anche odiare per la sua brutalità nel portare la persona sulla tela. Ormai conosciuto più per le quotazioni da vertigine che hanno raggiunto le sue opere (il più costoso artista vivente, a quanto pare) che per i suoi lavori in quanto tali, l’artista - tedesco di nascita e inglese d’adozione - porta un cognome fin troppo noto: ma non sono d’accordo sul voler a tutti costi ritrovare nell’opera di Lucian retaggi della psicoanalisi del più celebre nonno (ai cui scritti il nipote non fu mai particolarmente interessato, pur riscuotendone i diritti d’autore alla morte di Sigmund, nel ’39); là c’è scienza (anche se non per tutti) e qui c’è arte, là c’è introspezione e qui c’è immediatezza (che, afferma Freud, è “ciò che gli occhi vedono prima che il cervello intervenga a modificarlo”).
Al maestro novecentesco del Realismo pittorico, Venezia - ora più che mai ombelico artistico del mondo, con la Biennale, il Festival del cinema, e mostre assolutamente interessanti - dedica una bella retrospettiva al Correr, che vi consiglio di andare a vedere portando da casa i vostri pregiudizi su Freud: è un analista, è un esistenzialista, è sopravvalutato, è tradizionalista. Andate, e confrontateli con le ottanta tele che vi troverete davanti nelle sale del museo. Lo si può anche odiare Freud, perché ci sbatte in faccia la realtà della persona così com’è, con tutte le sue imperfezioni, la sua carnalità, la sua miseria, la sua desolazione. Nessuna sublimazione. Qualcuno ha visto in lui Ingres (“l’Ingres dell’Esistenzialismo”, lo definì lo storico e critico d’arte Herbert Read), ma probabilmente è più Courbet - forse il primo che ha fatto il salto verso il basso, verso la realtà più terrena, più scomoda, più umiliante - , è più il Bacon che tanto ammirava, che ha avuto modo di conoscere nel ‘44 e che ha ritratto, è più lo Schiele dei corpi senza vergogna.
Guardate i suoi nudi, i suoi corpi avvolti nelle lenzuola, stesi su un divano, addormentati, annoiati, affranti, sofferenti, tranquilli, distratti. La pennellata larga, fluida, grassa e imperfetta ricrea un mondo che è quello reale, è quello vero, senza filtri di nessun tipo. E’ ritrattistica a olio, tradizionale, certo: ma neppure l’ufficialità del ritratto della Regina Elisabetta riesce ad essere veramente ufficiale. Perché è terribilmente reale. Guardate quella coppia che dorme su un letto spoglio (And the Bridegroom, 1993), in una stanza che rasenta lo squallore, guardate quanto sono indisponenti eppure veri i personaggi; guardate quanto è fastidiosa da vedere, eppure ben dipinta, quella donna enorme che dorme nuda su un divano (Benefits Supervisor Sleeping, 1995); ma guardate anche la bellezza (mai perfezione) delle amanti fra le lenzuola, la limpidezza degli sguardi, la naturalezza dei bambini, la dolcezza dura della madre anziana, la freschezza delle piante e dei fiori. Meno belli, forse, gli scorci londinesi dipinti dopo la morte del padre, con un certo senso di decadimento dentro, in cui il realismo rischia di avvicinarsi troppo all’ iperrealismo, e ad una freddezza non sua. Le tele illuminano da sole le sale, aprono un mondo, schiudono una galleria di personaggi tratti principalmente dal privato dell’autore: amici, amanti, parenti, gente di tutti i giorni (fatta eccezione per la già citata Her Majesty the Queen, oppure per il celeberrimo ritratto di Kate Moss, grande assente dalla mostra).
Guardate, e ripensate, ora, ai vostri pregiudizi sull’autore: forse lo starete odiando ancora di più per la sua sincerità, ma forse d’ora in avanti lo amerete per lo stesso motivo. Perché, afferma Freud, “il pittore deve dare libero corso a tutti i sentimenti e a tutte le sensazioni che gli capita di provare e non rifiutare nulla da cui sia naturalmente attratto”.


Articolo di: Barbara Meneghel   <barbara@mescalina.it>

 
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