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   Artemisia Gentileschi

Un quadro del 1630 rappresenta una donna: si protende verso la tela, impugnando delicatamente in una mano il pennello e nell’altra la tavolozza, scruta attentamente i segni appena tracciati, dal suo volto dei cascanti riccioli simboleggiano la frenesia divina della creazione artistica. E’ una donna volitiva, sensibile, determinata, basta poco a percepirlo: solo una rapida occhiata al suo sguardo. Lei è Artemisia Gentileschi e questo dipinto non è solo un autoritratto, è questo e molto di più: è un’allegoria della Pittura, quasi fedelmente rispondente ai canoni dell’Iconologia del Ripa, ma le sembianze sono reali, sono le sue; compie ciò che un artista uomo non potrà mai fare, rappresentare se stessa e la Pittura come un’unica entità.
Unica femmina di sei figli del pittore Orazio Gentileschi, contrariamente a ogni aspettativa, è la sola a seguire le orme paterne. I primi studi su quest’artista hanno spesso confuso l’opera di padre e figlia, attribuendo frequentemente lavori di quest’ultima al più anziano pittore; ulteriori approfondimenti e analisi, tra cui quelle pionieristiche di Roberto Longhi, hanno giustamente separato le due carriere artistiche e stabilito le più probabili attribuzioni. Ma un altro fantasma ha gravemente pesato su un giudizio critico obiettivo dell’operato di Artemisia: la sua biografia.
Troppo spesso le traversie della sua vita hanno avuto un ruolo di primo piano a scapito delle forme, delle linee, dei colori che hanno portato la sua pittura ad un livello altissimo. Basti vedere alcuni tra i suoi capolavori, tra cui Susanna e i Vecchioni, dipinto in giovanissima età, ma già piuttosto rappresentativo del suo stile, che mescola sapientemente il realismo romano di impronta caravaggesca all’idealismo di scuola toscana. Susanna è colta nell’attimo di massima espressività, a dimostrazione dell’assimilazione dei dettami paterni, di cui qui riprende soprattutto i tratti della Maddalena penitente; ma la posa ha ben altri echi: il braccio teso, le mani aperte atte a difendersi, il volto rivolto dalla parte opposta sono straordinariamente simili all’Adamo michelangiolesco sulla volta della Sistina appena cacciato dal Paradiso terrestre. E che dire di Giuditta che decapita Oloferne? soggetto più volte ripreso, in cui l’abilità nell’utilizzo del chiaroscuro si rende chiaramente manifesta, vengono evocati contesti fortemente drammatici, creati sia dalle espressioni, che appunto dai giochi luministici. Riproposto a più riprese è anche Giuditta e la fantesca, particolarmente emozionante quello del 1625, in cui l’effetto d’ombra creato dalla candela sul volto della protagonista aggiunge tensione alla già cruenta scena. Ma tenendo come valida la premessa relativa alle controversie della sua vita personale -stando attenti a non confonderla anacronisticamente con un’icona del movimento femminista e lasciandosi moderatamente coinvolgere dagli scritti talvolta molto romanzati sui suoi accadimenti- è lecito chiedersi quanto in effetti questi l’abbiano influenzata nel suo stile e sovente nella scelta dei soggetti.
E’ solo il 1609 quando il collega e amico di Orazio, Agostino Tassi, a cui era stato chiesto di iniziare Artemisia all’arte della prospettiva, dopo averla ingannata e averle promesso un matrimonio impossibile da celebrare, dato che lui già aveva una moglie, approfitta sessualmente della giovane, non prima di aver allontanato l’amica Tuzia. Il processo sarà lungo e doloroso per Artemisia, come facilmente immaginabile considerando che coinvolti sono una donna del Seicento facilmente tacciabile di libertinaggio e un uomo già sposato che smentisce ogni accusa. Dopo il processo Artemisia si sposta da Roma a Firenze, solo la prima tappa di una lunga serie tra cui Genova, Roma, Napoli e Londra, sposandosi con il pittore Pietro Antonio Stiattesi, ma purtroppo dal punto di vista privato nemmeno Firenze le promette gioie, i due presto si separano.
Ma c’è l’arte. E’ probabilmente l’arte che dona la forza ad Artemisia di rialzarsi, è l’arte a darle le soddisfazioni che la vita personale sembra averle totalmente negato, ed è con questa forza nell’animo e grandi capacità nella mano che nel 1616 diventa la prima donna annoverata tra i membri dell’Accademia d’Arte fiorentina. Alla luce dei fatti sorge quasi spontaneo cogliere tratti della pittrice stessa nell’immagine della Giuditta che compie vendicativa e decisa il gesto estremo verso Oloferne, così come identificare nel tema della solidarietà femminile echi dell’amicizia con Tuzia, rapporto messo in discussione durante il periodo del processo. E’ del 1621 poi il quadro raffigurante Lucrezia, colei che si dà la morte dopo esser stata disonorata da un uomo, anche questo è un accenno di sapore autobiografico, senza dimenticare le innumerevoli altre figure femminili, una fra tutte Cleopatra.
I dipinti di Artemisia raggiungono una profondità assoluta, e le immagini riuscitissime di donne da lei create danno modo all’osservatore di indagare i loro sentimenti, le loro paure, le loro angosce, attraverso i gesti e le pose, ora dinamici, ora sensuali, ora contemplativi. E’ l’atmosfera di coinvolgimento che i soggetti rappresentati riescono a creare a rendere l’arte di Artemisia così emozionante.


Articolo di: Federica Di Dio   <federica@mescalina.it>

 
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